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La Rosa come Simbolo dell'Anima in evoluzione.

La Mistica dell'Anima - Il Nettare della Rosa

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Dio, Teologia, Misticismo, Filosofia, Gnosi, Esoterismo.

lunedì 23 gennaio 2012

L'APOCALISSE












APOCALISSE DI GIOVANNI (gr. 'Αποκάλυψις 'Ιωάνου; lat. Apocalypsis S. Johannis; fr. Apocalypse de S. Jean; ted. Johannis Offenbarung; ingl. Revelation of S. John) - Il titolo, giustificato dal contenuto e dal "genere" di letteratura religiosa a cui appartiene (v. apocalittica, letteratura) significa "Rivelazione".


L'epiteto di "canonica", con cui si trova spesso unita, serve a distinguerla da altre opere simili. È una delle ventisette opere che costituiscono il Nuovo Testamento.



LA TRADIZIONE


La tradizione l'attribuisce, insieme con il quarto vangelo e le tre lettere, a Giovanni figlio di Zebedeo, uno dei dodici apostoli di Gesù.

Nel corso dell'opera l'autore designa sé stesso col nome di Giovanni, ma non rivendica per sé nessun titolo, neppure quello di presbitero che ritorna nelle lettere giovannee.

Rivendica però quelle prerogative che nell'antica Chiesa spettavano al profeta (collocato subito dopo l'apostolo).

L'esistenza dell'Apocalisse è documentata fin dalla prima metà del sec. II.

Pare che la conoscesse Papia vescovo di Jerapoli (secondo una citazione di Andrea Cesariense, in Patrol. Gr., CVI. c. 207): ma non sappiamo però se il vescovo ierapolitano la considerasse opera dell'apostolo: perché proprio Papia (nei frammenti conservatici da Filippo Sidete nel cod. Barocciano 142, e da Giorgio Hamartolòs nel codice coisliniano 305) insieme con i più antichi martirologi (e, secondo alcuni critici moderni, anche Marco, X, 38 seg.), conserva il ricordo che Giovanni di Zebedeo morì martire dei Giudei come il fratello Giacomo (cfr. in proposito F. Schwartz, Über den Tod der Söhne Zebedai, in Abh. Gött. Ges. der Wiss., 1904).



L'Apocalisse è anche citata come opera di Giovanni uno degli apostoli, da Giustino martire (Dial. cum Tryph., 81; Apol., 28, 1).

Melitone di Sardi scrisse su di essa un commentario (cfr. Eusebio, Hist. eccl., IV, 26, 2).

L'Apocalisse trovò invece difficoltà in Roma sullo scorcio del sec. II.

Infatti dell'Apocalisse e del concetto de Paracleto derivato dal IV Vangelo si facevano forti i montanisti.

Il presbitero romano Gaio, accanito antimontanista, nel suo libro contro il montanista Proclo respingeva l'Apocalisse e la sua escatologia, attribuendo la scritto all'eretico Cerinto (cfr. Eusebio, VI, 20, III, 28; Epifanio, Panarion, haer. 51, 4 segg.). Ippolito romano scrisse contro la tesi di Gaio alcuni "Capitoli", e trattò dell'Apocalisse sia nel trattato Dell'anticristo, sia in un commentario di cui ci restano pochi frammenti (cfr. Bonwetsch-Achelis, Hyppolitus Werke, I, 11, Berlino 1897, pp. 239-247; 1-47; 231-238). Ireneo di Lione considera l'opera come scritta dall'apostolo Giovanni e la fa risalire agli ultimi anni di Domiziano (adventus Haerer., IV, 20, 11; V, 26, 1; V, 30, 30).

Il "canone muratoriano" accettò solo l'Apocalisse giovannea e respinge le altre.

Origene, per quanto poco propenso verso l'escatologia giudaizzante, non solo l'accettava nel suo canone (Eusebio, VI, 25, 9), ma scrisse su di essa un commentario i cui presunti frammenti sono stati di recente scoperti e pubblicati da C. Diobouniotis e A. Harnack (Der Scholien-Kommentar des Origenes zur Apok. Johannis, Lipsia 1911; Texte und untersuchungen, XXXVIII, 3). Ma l'avversione si accentuò nella sua scuola.

Quantunque in Alessandria stessa, già prima di Origene, Clemente alessandrino avesse attestato l'origine apostolica dell'Apocalisse (Stromat. VI, 13), tuttavia Dionisio vescovo d'Alessandria, senza giungere alla tesi di Gaio, le nega l'apostolicità, e sostiene, in base alle differenze stilistiche fra il Vangelo e l'Apocalisse, che quest'ultima è opera non dell'apostolo, ma di Giovanni presbitero; poiché la tradizione conservava ricordo di due Giovanni e a Efeso si mostravano due tombe di Giovanni (cfr. Eusebio, VII, 24-25).


Gli argomenti di Gaio e quelli di Dionisio ben difficilmente conservano tracce di reminiscenze storiche; sono ispirati piuttosto da interessi teologali: la polemica antimontanista, quella antimillenarista, e in parte lo spiritualismo origeniano avverso al realismo dell'escatologia giudaico-cristiana.

I rilievi stilistici di Dionisio erano destinati tuttavia a rigermogliare nella critica moderna, la quale appunto per la differenza che separa la spiritualità e lo stile dell'Apocalisse dal IV Vangelo è incline a respingere la tradizione, anche se col Bousset deve riconoscere che, pur con tutte le divergenze tra Apocalisse e Vangelo, esistono addentellati tali da render possibile la loro coesistenza nel corpus giovanneo (Bousset, Die Offenbarung Joh., 2ª ed., Gottinga 1906, p. 206).

L'avversione della scuola alessandrina fece sì che in molte chiese d'Oriente la canonicità dell'Apocalisse non fosse riconosciuta.


Al principio del sec. IV, Eusebio la pone fra i libri di dubbia canonicità, e dimostra in varî punti la sua sottile antipatia per essa; non è citata in parecchi canoni dei libri sacri di chiese orientali.

Invece la chiesa occidentale rimase affezionata all'Apocalisse; e quando al termine della contesa ariana l'Occidente fece prevalere le sue vedute, essa fu riconosciuta ed accettata anche dalla chiesa orientale.




CONTENUTO


Nel suo schema generale l'Apocalisse è una lettera indirizzata a sette comunità cristiane d'Asia: vuole esporre una serie di visioni avute dall'autore durante la relegazione nell'isola di Patmos da lui sofferta per la testimonianza di Gesù.

La visione vuole incoraggiare la speranza nell'avvento imminente del Cristo, e la perseveranza nel testimoniare la verità cristiana.


Nella prima visione il Cristo appare al veggente in abito regale, con i capelli candidi (simile perciò all'Antico dei Giorni della restante letteratura apocalittica), con sette stelle in mano, fra sette candelabri ardenti: una spada bitagliente esce dalle sue labbra e la sua voce è simile a fragore di acque copiose.

Egli che è il primo e l'ultimo, che è il vivente e fu morto, che ha le chiavi della morte e dell'Ade, detta al veggente sette lettere per le sette comunità cristiane d'Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira, Sardi, Filadelfia e Laodicea.

Sono moniti, incoraggiamenti, rimproveri, rampogne contro tendenze eretiche forse libertine (i seguaci di Balaam, i Nicolaiti, la pseudo profetessa Izabele, forse tutti di una stessa tendenza); sono promessa della gloria angelificante ed eccitazioni alla fede e alla perseveranza fino al martirio (I-III). Col capitolo IV ha inizio la grande rivelazione.

Il veggente è rapito in cielo nel tempio celeste.


Vede il trono di Dio, e intorno ad esso ventiquattro vegliardi con corone d'oro in capo e quattro animali alati, con innumerevoli occhi, simili rispettivamente a un leone, a un vitello, a un uomo, a un'aquila. Dinanzi al trono un mare vitreo-cristallino.

Nel tempio celeste, dove vengono offerte a Dio le preci dei santi e degli eletti ancora in terra, vien portato il libro del destino, sigillato con sette sigilli. Niuno può aprirlo.

Ma viene introdotto sul trono di Dio l'agnello dalle sette corna e dai sette occhi, già ucciso e ora vivente (IV-V). Prende il libro ed apre i sigilli tra gl'inni della corte celeste.



Ai primi quattro sigilli quattro cavalli si disfrenano sul mondo: incerto è il significato del primo: gli altri tre simboleggiano guerra, fame, pestilenza.

Al quinto sigillo, di sotto all'altare di Dio, si levano le anime dei martiri a sollecitare la vendetta. Ricevono ognuna una veste candida, e son consolate in modo che attendano pazientemente che si completi il numero dei martiri.


Al sesto sigillo, terremoto: si oscura il sole, la luna diventa color sangue, cadono le stelle dal cielo: il terrore piomba sui re e sui potenti che temono l'ira dell'Agnello. Intanto i quattro venti son fermati da quattro angeli; e un altro angelo scende a sigillare in fronte, per salvarli dai flagelli, gli eletti che sono in terra: 12 mila per ognuna delle dodici tribù d'Israele e innumeri d'ogni gente e d'ogni stirpe (VI-VII). Al settimo sigillo appaiono sette angeli con sette trombe.

Allo squillo delle prime quattro trombe nuovi flagelli. Cade grandine e pioggia di sangue: si essicca una terza parte del mare e un terzo delle acque sorgive si trasforma in assenzio; si ottenebra una terza parte del sole e della luna (VIII).


Al quinto squillo si ha il primo "guai" (VIII, 13): un angelo (IX, 1), dissigilla il pozzo dell'abisso: ne escono mostruose locuste che non mangiano erba, ma mordono gli uomini e rendono loro infernale la vita.

Le guida un re infernale chiamato in ebraico (ma in lettere greche) Abaddōn, in greco Apollyōn "il distruttore". Al sesto squillo (IX, 12 seg.), secondo "guai": sono scatenati quattro angeli incatenati nell'Eufrate, e guidano alla distruzione d'un terzo degli uomini mostruosi cavalieri, somiglianti alle locuste precedenti.

Pare che il settimo squillo (che dovrebbe essere il terzo "guai") debba portare subito la consumazione dei tempi: un angelo giura che sotto quello tutto sarà compiuto (X, 7).


Ma si ha un intervallo; il profeta è invitato a divorare il libro che l'angelo stesso tiene in mano, a profetare alle genti, e a prender le misure del tempio terreno di Dio (XI, 1).


Ciò che segue par che sia il contenuto del libro profetico: per tre anni e mezzo i gentili calcheranno la città santa, e sarà loro abbandonato anche il cortile anteriore del tempio.

Due profeti di Dio profeteranno, miracolosamente protetti e col potere di far prodigi, per tre anni e mezzo: dopo tre anni e mezzo la Bestia che uscirà dall'abisso li ucciderà, e per tre giorni e mezzo i loro corpi rimarranno insepolti. Ma poi la possanza di Dio li ridesterà e li rapirà al cielo in mezzo a rovinosi terremoti (XI, 13).

Squilla la settima tromba fra il giubilo della corte celeste: si aprono i penetrali del tempio celeste (XI, 19).


Ma si ha una nuova pausa in cui s'incastra una nuova scena. In cielo appare una donna celeste, rivestita del sole e della luna e coronata di 12 stelle.

È sul punto di partorire; ma un drago si pone in agguato per divorare l'infante.

Questo vien salvato e nascosto nel trono di Dio.

Il drago in collera getta giù con la coda un terzo delle stelle del cielo, e insegue la donna, che ripara nel deserto dove deve restar nascosta per tre anni e mezzo.






Michele e gli angeli precipitano il drago giù dal cielo in terra, ove esso si volge a perseguitar la donna, e quando ella gli sfugge perseguita gli altri figli di lei.

Il drago passa quindi sulla spiaggia (XII, 1-18), evoca fuor dal mare una bestia con dieci corna e sette teste di cui una, colpita da ferita mortale, è morta e insieme vivente e l'investe del suo trono e d'ogni sua possanza.


Insieme sorge dalla terra un falso profeta con due corna d'agnello, e vuol piegare gli uomini ad adorare la Bestia e a ricever nella fronte o nella mano il sigillo o il numero della Bestia che significa un uomo, ed è 666 (XIII).


Chi si rifiuta vien perseguitato a morte. Ma ecco che l'Agnello appare con 144000 seguaci sul monte di Sion, e angeli annunziano dal cielo il vangelo eterno, il timor di Dio, la caduta della grande Babilonia, e le pene eterne per gli adoratori della Bestia.

Su di una bianca nube appare Uno simile a figlio d'uomo (XIV, 14) con la falce acuta; e la getta a terra a falciare la messe matura: e un altro angelo getta la sua falce a compier la vendemmia per l'ira del Signore, e il sangue sulla terra raggiunge l'altezza della briglia d'un cavallo (XIV, 20). Tra il giubilo dei martiri in cielo appaiono sette angeli a versar sulla terra le sette coppe dell'ira di Dio (XV; XVI, 1).


La prima coppa imprime una piaga sugli uomini che recano il marchio della Bestia.

La seconda trasforma in sangue il mare, e vi estingue ogni vita.

La terza trasforma in sangue le sorgive.

La quarta, versata sul sole, provoca arsura intollerabile.

La quinta fa calar le tenebre nell'impero della Bestia.

La sesta essicca l'Eufrate per aprir la via all'invasione: e infatti dalla bocca del drago, della Bestia e del falso profeta, escono spiriti immondi simili a rane a convocare i re della terra, che si radunano contro Dio e l'Agnello in un luogo detto Armageddon.


Segue la settima coppa e la grande catastrofe delle città della terra (XVI, 2-21).

Un angelo mostra al veggente la punizione della gran meretrice, la grande Babilonia che siede sulla Bestia e s'inebria del sangue dei martiri. Egli dà la chiave di una parte delle visioni: Babilonia è una città che impera sulle genti: le sette teste della Bestia sono sette monti e sette sovrani, e dieci sovrani sono le dieci corna: sono re, che avranno il potere dei re, ma regneranno dopo l'avvento della Bestia stessa: la quale si ricapitola nella testa ferita a morte e ancora viva: un mostruoso sovrano ritornante (XVII).


Si celebra quindi, su noti motivi profetici, la catastrofe di Babilonia (XVIII).

La corte celeste intona i cantici del regno di Dio e delle nozze dell'Agnello. Balena agli occhi del veggente la grandiosa e fiera cavalcata del Cristo e dei suoi seguaci. Vana è la resistenza della Bestia e dei re della terra (XIX).

Un angelo prende il drago, la Bestia e il falso profeta e li precipita nel pozzo dell'abisso, per mille anni (XX, 1-2). Risorgono e regnano con Cristo i fedeli e i martiri, sacerdoti di Dio e di Cristo.

Dopo mille anni (XX, 4; 5; 7) si schiuderà nuovamente il pozzo d'abisso, e Satana condurrà contro il regno di Cristo Gog e Magog.

Ma saranno sterminati, e il diavolo sarà precipitato nello stagno di fuoco e zolfo. Seguirà la risurrezione e il giudizio di tutti. E per gli empî vi sarà la seconda morte della dannazione eterna (XX, 14 segg.), per gli eletti la gioia eterna in un cielo e in una terra nuova (XX, 1).


Calerà dal cielo la nuova Gerusalemme, la sposa dell'Agnello: un cubo di pietre preziose, di cui si dànno le dimensioni; e non avrà tempio, perché il suo tempio saran Dio e l'Agnello presenti (XXI, 2-27; XXII, 1-5).

Il libro si chiude (XXII, 6-21) col mandato al profeta di registrare la visione, col ribadimento della fine imminente e con l'anatema su chi ritoccasse il libro, aggiungendo o togliendo qualcosa.




STORIA DELLA CRITICA


L'Apocalisse, il libro letterariamente più giudaico del Nuovo Testamento, divenne, si può dire, dal momento della sua apparizione nelle comunità ellenistiche d'Asia, un libro di mistero, e presentava già notevoli difficoltà d'interpretazione a due Padri della fine del II e del principio del III secolo: Ireneo ed Ippolito romano.

Poco accetto nei primi secoli alla chiesa orientale, fu invece studiato molto dall'occidentale.

Vittorino di Pettau avanzò la teoria della ricapitolazione: che cioè la triplice serie dei flagelli sia in realtà una sola, rappresentata in tre forme diverse: tesi sostenuta tuttora da cattolici e da protestanti conservatori.


Alcuni Padri affermano che l'anticristo, la testa vulnerata della Bestia che torna a vivere e costituisce la sua massima potenza, è Nerone.

Il donatista Ticonio ed Agostino iniziano l'interpretazione spirituale allegorica dell'Apocalisse.

E tale interpretazione ha corso per tutto il Medioevo. Si tende con essa a risolvere la credenza del regno millenario di Cristo, dopo la condanna del millenarismo.

Il regno di Cristo sarebbe il regno della Chiesa fra le due manifestazioni del Cristo.


Questa concezione, dai dotti commentarî teologici, cala nel fervore di vita religiosa del sec.


XIII e impronta di sé il Vangelo eterno di Gioacchino da Fiore e il movimento degli "spirituali" francescani, e poi l'elemento apocalittico dell'opera dantesca.

E del resto l'Apocalisse in tutte le grandi crisi forniva gli schemi per una filosofia della storia, in cui il nemico esecrato - fosse Federico II di Svevia, fosse Napoleone I - veniva identificato con l'Anticristo, e i diversi momenti della storia della Chiesa o dell'umanità venivano conguagliati con i diversi momenti dell'oscuro libro.


Nella loro lotta contro il papato, i francescani spirituali si servirono degli elementi di polemica anti-romana sparsi nell'Apocalisse per identificare l'Anticristo col papa.

E su questa via furono seguiti qualche secolo dopo da Lutero e dalle chiese riformate, sì che Ugo Grozio fu rimproverato dai suoi correligionari quando abbandonò quest'interpretazione tendenziosa.


Contro l'interpretazione protestante, proprio l'apologetica cattolica nel secolo XVII rimise in luce molti elementi della storia contemporanea all'autore che chiarivano significati e simboli.



Nel sec. XVIII l'Apocalisse con il suo realismo escatologico e con la sua forma scorretta, fu uno dei maggiori bersagli della critica antireligiosa dell'Illuminismo intellettualistico.

Viceversa godé le simpatie delle conventicole degli Illuminati (in senso teosofico-religioso).

Col sec. XIX, pur continuando i tentativi fantastici di ritrovar tutta la storia nelle profezie dell'Apocalisse, prevalse l'indirizzo storico che volle inquadrare lo scritto nell'età in cui sorse.

Si fermò decisamente il carattere anti-romano del libro. Babilonia è Roma: il significato del numero della Bestia, 666, si trovò corrispondere alla somma del valore numerico delle lettere ebraiche impiegate pel nome Neron Caesar (Reuss e altri tre critici nel 1833).


L'Apocalisse acquistava così il carattere di un libello contro l'Impero, fondato sulla leggenda di Nerone ritornante a sterminar Roma: simile in questo al libro di Daniele, nella parte contro il regno dei Seleucidi al tempo d'Antioco IV Epifane.


Simultaneamente, per opera di molti, specialmente del Hilgenfeld, venivano lumeggiati i diversi documenti dell'apocalittica giudaica posteriori al libro di Daniele.

Si ricostituiva così il genere letterario dell'Apocalisse.

Con questa interpretazione "in base agli avvenimenti contemporanei" (zeitgeschichtlich), invece che profetica, del libro, da parte di molti critici (p. es. Baur e Renan) non si trovava difficoltà ad accettare la tradizione ecclesiastica. Il libro sarebbe stato scritto da Giovanni figlio di Zebedeo proprio nei giorni dell'assedio di Gerusalemme (69-70): s'interpretava infatti il c. XI, sui gentili insediati fin nel cortile del tempio, come un documento dell'assedio da parte di Tito.


Si era perciò portati a vedere nell'Apocalisse un documento dei più autentici del cristianesimo giudaico, che la scuola di Tubinga, allora prevalente, metteva in contrasto con il cristianesimo dei gentili asserito da S. Paolo.


Si credeva di ritrovarvi un odio profondo contro Paolo, designato col nome di Nikolaos: si rilevava la prevalenza dello spirito giudaico nella violenza dell'odio nazionale, e nella sete insaziata di vendetta lo scarso spirito cristiano.

Ma ben presto quest'interpretazione urtò contro notevoli difficoltà. Se taluni indizî parevano portare al tempo d'uno dei primi due Flavî, altri, abbastanza chiari, portavano agli ultimi anni di Domiziano, data proposta già da Ireneo, e per cui propendeva un profondo conoscitore del mondo antico quale il Mommsen.


Se il colorito dell'Apocalisse era indubbiamente giudaico, appariva più che dubbia la sua interpretazione giudaico-cristiana nel senso del Baur e dei suoi seguaci. Infatti si rilevava che l'Apocalisse non era esclusivista: ammetteva alla salute innumeri credenti d'ogni stirpe, non esigeva l'obbligo dell'osservanza della Legge.


La sua cristologia, anche se includeva aspetti messianico-giudaici e anche se indipendente da Paolo, in molti rispetti superava Paolo nell'apoteosi del Cristo: il quale in questo libro si confonde e si compenetra con Dio, e fruisce di prerogative e attributi divini: i giudei increduli sono per il veggente la Sinagoga di Satana.


La fisionomia del preambolo (cc. I-IV), con le sette lettere, ha stilisticamente un forte colorito giudaico: ma nel suo contenuto non si differenzia notevolmente da quanto conosciamo del cristianesimo ellenistico dello scorcio del sec. I.

La soluzione del problema fu allora cercata, a partire dal primo saggio del Völter (1882), supponendo una stratificazione di diversi documenti, giudaici e cristiani. Infatti pur nello schematismo euritmico dei sette sigilli, delle sette trombe, delle sette coppe, la materia trabocca e si ribella allo schema: le ripetizioni e le incongruenze sono frequenti e paiono documentare punti di vista ed età divergenti.


Né il carattere di visione che ha l'opera è tale da escludere completamente un'elaborazione di fonti e una loro sintesi, compiuta nel convincimento di restaurare il vero sistema della predisposizione divina.

Infatti non mancano elementi che attestano un'elaborazione cerebrale ben più che un'intuizione visionaria (p. es. gl'incensi del tempio celeste che sono le preghiere dei santi; i complicati simboli della Bestia; la storia dei due profeti nel cortile delle genti, ecc.).


I tentativi di scindere le diverse fonti dell'Apocalisse furono e continuano ad essere numerosissimi: né è questo il luogo adatto per esporli partitamente: diremo solo che essi, di solito, presuppongono un nucleo giudaico ed una progressiva rielaborazione da parte di più redattori cristiani.

In quanto alla spiegazione dei simboli, la si ricercava sempre in fatti contemporanei, o all'autore ultimo, o agli autori delle fonti presunte.


Contro questo indirizzo reagì energicamente H. Gunkel, il quale sostenne che l'esplicazione "contemporanea" non giunge a chiarire tutti gli elementi dell'apocalittica: tanto meno l'Apocalisse di Giovanni, la quale, non essendo attribuita ad un patriarca o ad un eroe dei tempi andati, come altri libri congeneri, male si presta a raffigurazioni d'elementi contemporanei dal punto di vista d'un antico eroe.

Egli sostenne che le immagini e i simboli, anche se applicati ad eventi contemporanei, hanno tutta una storia complessa e una tradizione: l'apocalittica conserverebbe e ravviverebbe tradizioni mitiche mai scomparse in Israele. Il mito babilonese della lotta di Marduk con i mostri del Caos, trasferito in tempi remotissimi nella religione israelitica, ripalpita nell'Apocalisse secondo lo schema noto, che come l'inizio tale sarà la fine dei tempi.


A spiegazioni astrali si presterebbero pure moltissimi simboli apocalittici: i ventiquattro seniori, corrispondenti alle ventiquattro costellazioni che i Babilonesi ponevano dodici sopra e dodici sotto l'eclittica: i quattro viventi corrisponderebbero a quattro delle maggiori costellazioni zodiacali.

A miti astrali babilonesi si pensò di poter ricondurre anche l'episodio della donna celeste e dell'infante salvato, che quasi contemporaneamente il Dieterich tentava di spiegare col mito di Latona e del serpente Pitone.


A contemperare i due indirizzi divergenti della spiegazione contemporanea e di quella mitica, diede opera, con sobrietà, il Bousset.


Gli ulteriori studî sull'Apocalisse attenuarono poi la tendenza alla decomposizione meccanica delle fonti. Emerse in molto maggiore rilievo - come ben aveva fatto rilevare il Jülicher - la parte preponderante dell'ultimo autore cristiano, saldo nel suo entusiasmo di profeta ispirato: risultò evidente l'unità stilistica di tutta l'opera: stile ricco d'ebraismi che, come ha dimostrato esaurientemente il Charles, non sono ebraismi di maniera, ma l'espressione sincera d'un autore d'origine palestinese, il quale intese effettivamente dare un corpus, una summa delle tradizioni escatologiche giudaico-cristiane.


Spesso da tali tradizioni egli si lasciò sopraffare; ma non fu mai un puro trascrittore di documenti, bensì un profeta che si sentì assistito dallo Spirito nel riordinare e nel rimaneggiare tradizioni apocalittiche sino a renderle conformi a ciò che per lui era la verità divina (Loisy e Lohmeyer).

Uno sviluppo delle idee del Gunkel circa le tradizioni mitico-astrologiche rappresenta il lavoro del Boll.


Il Gunkel, studiando la tradizione babilonese, aveva trascurato le fasi intermedie: il Boll nelle credenze astrologiche dell'età ellenistica e nei miti astrali mette l'origine di molte figurazioni dell'Apocalisse: specialmente il ciclo della donna celeste (la costellazione della Vergine) e del dragone (costellazione dell'Idra).

Un altro tentativo nello stesso senso è rappresentato, benchè in maniera solo indiretta, dalle ricerche del Norden sul mito della nascita dell'era nuova (AIΩN, Die Geburt des Kindes, Lipsia 1924).


In opposizione a questi indirizzi critici, il cattolicesimo si mantiene saldo nell'affermare l'apostolicità dell'opera - ormai abbandonata quasi da tutti nell'altro campo, mentre parecchi pensano ancora ad un altro Giovanni, il presbitero (v. sopra) - e nel ribadirne l'ispirazione divina, e l'esegesi spiritualizzante.

Il maggior contributo in questo campo è quello dell'Allo.


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Apocalisse (gr. ᾿Αποκάλυψις) Titolo di scritti, canonici o apocrifi, contenenti rivelazioni relative ai destini ultimi dell’umanità e del mondo.

Il più noto è il libro accolto nel canone del Nuovo Testamento.

Nelle altre opere che portano il titolo di Apocalisse., questo è seguito dalla designazione del veggente e presunto autore: Apocalisse. di Abramo, di Baruch, di Elia e Sofonia, di Lamec, di Mosè, di Paolo, di Pietro, di Stefano, di Tommaso.






1. A. CANONICA - IL LIBRO DELL'APOCALISSE


è il ventisettesimo e ultimo tra gli scritti del Nuovo Testamento.

Comincia, dopo un preambolo, con una lettera indirizzata a 7 comunità cristiane d’Asia (Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira, Sardi, Filadelfia e Laodicea) e prosegue con l’esposizione delle visioni profetiche che Giovanni dichiara di aver avuto nell’isola di Patmos; visioni che riguardano il grande giorno di Dio (trionfo dell’Agnello), il castigo di Babilonia (simbolo di Roma), lo sterminio delle nazioni pagane e la nuova Gerusalemme, che discende dal cielo, per essere la sposa dell’Agnello.

Il riconoscimento canonico fu a lungo contrastato: in genere, almeno fino al 5° sec., le fu avverso il cristianesimo orientale per il quale essa avvalorava il millenarismo.

In Occidente, invece, l’Apocalisse. ebbe una fortuna enorme nella letteratura religiosa e profana.



L’indagine moderna, dopo i numerosi tentativi d’interpretazione simbolica del libro, connette l’Apocalisse come tipo letterario alla letteratura apocalittica del giudaismo e riconosce che i suoi simboli si riferiscono soprattutto alla realtà contemporanea e alle persecuzioni dell’Impero romano.


La struttura dell’Apocalisse non è unitaria e presenta anomalie e ripetizioni, sicché l’esegesi è d’accordo nel considerare l’Apocalisse canonica come frutto della fusione di fonti diverse: più precisamente, sembra potersi ipotizzare che la parte centrale (4-22) è costituita da due diverse redazioni dell’Apocalisse (opera del medesimo autore), poi fuse da un altro autore.


Quanto alla data di composizione, se si accetta l’ipotesi di un unico autore si deve andare verso la fine del 1° secolo (95 circa); se si ammettono redazioni successive, le fonti più antiche potrebbero risalire all’età di Nerone; alcuni, accettando la data più tarda, sottolineano come l’autore, secondo la tecnica propria della letteratura apocalittica, può avere cercato di retrodatare la sua opera all’epoca di Vespasiano.

Circa l’autore dell’A., si chiama egli stesso Giovanni e fu presto identificato con l’autore del quarto Vangelo; ma l’esegesi moderna, rilevando le profonde diversità stilistiche fra i due scritti (non meno profonde quelle dottrinali, per es. nel campo dell’escatologia), ritiene che l’Apocalisse sia opera di altro autore (eventualmente un discepolo di Giovanni evangelista); se si vuole mantenere l’attribuzione dell’Apocalisse all’apostolo, si deve invece pensare a una rielaborazione del quarto Vangelo da parte di un suo discepolo.



2. LETTERATURA APOCALITTICA


Designazione generica per indicare tutti gli scritti, redatti fra il 2° sec. a.C. e il 2° d.C. in ambiente giudaico e cristiano, che presentandosi come a. nel senso etimologico di «rivelazione», si propongono di spiegare religiosamente i misteri dell’origine e del destino del mondo e dell’umanità.

Alla base dell’apocalittica giudaica si ravvisano la sempre più angosciosa constatazione dello stato di umiliazione in cui, in antitesi con le predizioni dei profeti, si trovano il popolo d’Israele e, in esso, i più tribolati e afflitti e la convinzione che l’ispirazione divina è venuta a cessare dopo Esdra.

La letteratura apocalittica si può considerare, sotto certi riguardi, come continuazione del profetismo: sta di fatto che vari passi dei profeti (per es., capitoli 24-27, 33-35, 60-62 di Isaia; 37-39, 40-48 di Ezechiele; 12-14 di Zaccaria; tutto, o quasi, Gioele e varie parti di Daniele) presentano affinità con questa letteratura, la quale si lega però anche a quella legale e sapienziale.

Le singole opere sono sempre attribuite a un autore antichissimo e celebre (Adamo, Abramo, altri patriarchi, Mosè, Isaia), non solo per dare loro credito, ma anche per l’interna convinzione dell’autore di interpretare lo spirito dell’antico, esprimendo verità già implicite nei testi sacri: l’apocalittista, ansioso di affermare la giustizia divina e la realtà delle predizioni, parlando in nome di un antico profeta, presenta la storia passata come vaticinata, mostrandone l’avveramento, e insieme annuncia, dopo il triste presente, il realizzarsi della retribuzione, con il trionfo dei giusti e pii e il castigo dei persecutori.


Fonte Enciclopedia Treccani

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"SCOPPIO' QUINDI UNA GUERRA NEL CIELO: MICHELE ED I SUOI ANGELI COMBATTEVANO CONTRO IL DRAGO. IL DRAGO COMBATTEVA INSIEME CON I SUOI ANGELI MA NON PREVALSERO E NON CI FU PIU' POSTO PER ESSI NEL CIELO".  (APOCALISSE 12:7-8)


MICHELE P.