Misticismo - Esoterismo

La Rosa come Simbolo dell'Anima in evoluzione.

La Mistica dell'Anima - Il Nettare della Rosa

La Mistica dell'Anima - Il Nettare della Rosa
Dio, Teologia, Misticismo, Filosofia, Gnosi, Esoterismo.

giovedì 23 gennaio 2014

LA CRISTOLOGIA ISLAMICA








Il Corano (arabo: القرآن, al-Qur’ān; letteralmente: "la lettura" o "la recitazione salmodiata") è il testo sacro della religione dell'Islam.


Per i musulmani il Corano, così come lo si legge oggi, rappresenta il messaggio rivelato quattordici secoli fa da Allāh (Dio) a Maometto (in arabo Muhammad) per un tramite angelico (Gabriele Arcangelo), e destinato ad ogni uomo sulla terra.


Il Corano è diviso in 114 capitoli, detti sūre, a loro volta divise in versetti (sing. āya, pl. āyyāt), per un totale di 6236.

Questo numero però varia per la redazione messa a punto in alcuni ambienti sciiti che vi comprendono infatti alcuni versetti riguardanti l'episodio del Ghadir Khumm e due intere sure, chiamate "sura delle due luci" (sūrat al-nūrayn ) e "sura della luogotenenza" (sūrat al-wilāya ).


Ogni sura, partendo da quella iniziale, comincia con: "Nel nome di Dio il misericordioso, il clemente", un versetto che è conteggiato tuttavia solo nella prima sura.



MAOMETTO

Maometto (arabo: محمد بن عبد الله بن عبد ﺍﻟﻤﻄﻠﺐ ﺍﻟﻬﺎﺷﻤﻲ , `Abū-l-Qasīm Muḥammad ibn `Abd Allāh ibn `Abd al-Muţţalīb al-Hāshimī; Mecca, 20 aprile 570 – Medina, 8 giugno 632) fu mercante di Mecca e il profeta dell'Islam, considerato dai musulmani l'ultimo fra essi e il più rilevante "messaggero" di Dio (Allah) (sigillo della profezia), incaricato da Dio stesso - attraverso l'Arcangelo Gabriele - di divulgare il suo verbo.

Maometto, secondo la tradizione, era solito ritirarsi a meditare in una grotta sul monte Hira vicino Mecca. Una notte, intorno all'anno 610, durante il mese di Ramadan, all'età di circa quarant'anni, gli apparve l'arcangelo Gabriele (in arabo Jibrīl o Jabrā'īl, ossia "potenza di Dio":

da "jabr", potenza, e "Allah", Dio) che lo esortò a diventare Messaggero (rasul) di Allah con le seguenti parole:

« Leggi, in nome del tuo Signore che ha creato, che ha creato l'uomo da un grumo di sangue. Leggi nel nome del tuo Signore il più generoso, che ha insegnato per mezzo del calamo, che ha insegnato all'uomo quello che non sapeva »


MAOMETTO & IL CORANO



Terrorizzato da un'esperienza così anomala, Maometto credette di essere stato soggiogato dai jinn (Demoni) e quindi impazzito (majnūn, "impazzito", significa letteralmente "catturato dai jinn") tanto che, scosso da violenti tremori, cadde preda di un intenso sentimento di terrore.

Il termine arabo jinn (pl. jānn, in italiano spesso tradotto come "genio") indica, nella religione preislamica e in quella islamica, un'entità soprannaturale, intermedia fra mondo angelico e umanità, che ha per lo più carattere maligno, anche se in certi casi può esprimersi in maniera del tutto benevola e protettiva.










Secondo la tradizione islamica Maometto poté in quella sua prima esperienza teopatica sentire le rocce e gli alberi che gli parlavano.

Preso dal panico fuggì a precipizio dalla caverna in direzione della propria abitazione e nel girarsi vide Gabriele sovrastare con le sue ali immense l'intero orizzonte (per quel "gigantismo" che caratterizza le "realtà angeliche", anche in contesti diversi da quello islamico) e lo sentì rivelargli di essere stato prescelto da Dio come suo messaggero.

















CRISTOLOGIA ISLAMICA


Il Corano riconosce a Maria madre di Gesù una suprema dignità, espressa già nel versetto citato della sura 3 versetto 42:

SURA III 42. "O Maria, Dio ti ha scelta e ti ha resa pura, al di sopra delle donne dell’universo (Alamin)".


Il Corano riconosce il Messia Gesù Cristo e la verginità di Maria.





















Sulla base del Corano, i seguaci dell'Islam onorano la figura di Gesù (عيسى, ISSA - ʿĪsā in
arabo).




GESU' FIGLIO DI MARIA NELL'ISLAM



" E quando gli angeli dissero: " In verità, o Maria, Allah ti ha eletta; ti ha purificata ed eletta tra tutte le donne del mondo.
O Maria, sii devota al tuo Signore, prosternati e inchinati con coloro che si inchinano ".
Ti riveliamo cose del mondo invisibile, perché tu non eri con loro quando gettarono i loro calami per stabilire chi dovesse avere la custodia di Maria e non eri presente quando disputavano tra loro.

Quando gli angeli dissero: " O Maria, Allah ti annuncia la lieta novella di una Parola da Lui proveniente : il suo nome è il Messia, Gesù figlio di Maria, eminente in questo mondo e nell'Altro, uno dei più vicini Dalla culla parlerà alle genti e nella sua età adulta sarà tra gli uomini devoti".

Ella disse: "Come potrei avere un bambino se mai un uomo mi ha toccata?". Disse: "è così che Allah crea ciò che vuole: quando decide una cosa dice solo "Sii" ed essa è."
E Allah gli insegnerà il Libro e la saggezza, la Torˆh e il Vangelo.


E [ne farà un] messaggero per i figli di Israele [che dirà loro]: "In verità vi reco un segno da parte del vostro Signore. Plasmo per voi un simulacro di uccello nella creta e poi vi soffio sopra e, con il permesso di Allah, diventa un uccello.

E per volontà di Allah, guarisco il cieco nato e il lebbroso, e resuscito il morto.

E vi informo di quel che mangiate e di quel che accumulate nelle vostre case. Certamente in ciò vi è un segno se siete credenti!


[Sono stato mandato] a confermarvi la Torˆh che mi ha preceduto e a rendervi lecito qualcosa che vi era stata vietata. Sono venuto a voi con un segno da parte del vostro Signore. Temete dunque Allah e obbeditemi.
In verità Allah è il mio e vostro Signore. AdorateLo dunque: ecco la retta via".
(CORANO - SURA III 42-51)






















SURA XIX - SURA MARYAM (Maria)














LA CRISTOLOGIA NELL'ISLAM

L'Islam crede nel suo concepimento da Maria Vergine – definita appunto al-Batūl, "la Vergine" (III,47; XIX,20; XXI,91; LXVI,12).

Gesù è un grande profeta di Dio (ﺭﺴﻮﻝ الله , rasūl Allāh, IV,157; LXI,6; VI,85), ma di natura umana, e non divina (IV,171; V,75).


Ha compiuto miracoli «col permesso di Allah» (V,110): cosa che non fu concessa neanche a Maometto.

Non fu Gesù ad essere crocifisso e a morire in croce («qualcuno fu reso ai loro occhi simile a Lui», IV,157).

Ascese al Cielo (III,55), senza dunque risorgere («Iddio lo innalzò a Sé», IV,158).


In base al versetto «Egli non è che un Presagio per l'Ora» (XLIII,61), Gesù sarebbe destinato a tornare nel mondo, come Mahdi, prima del giorno del Giudizio, apparendo all'altezza del minareto cosiddetto "di ʿĪsā" nella Moschea degli Omayyadi di Damasco.


Il suo fine di combattere e sconfiggere il Dajjal (L'Impostore) sarà coronato da successo ed egli potrà avviare quindi un quarantennio di perfetta vita islamica sulla Terra, prima di morire di morte naturale ed essere sepolto a Medina, risorgendo subito dopo, nell'apocalittico Yawm al-dīn per il definitivo giudizio divino.

La necessità della sua morte sembra d'altronde coerente con l'assioma per cui a nessun uomo è concessa l'immortalità, tanto anche Maometto dovette morire nel 632.


Alcuni commentatori del Corano (tra cui Zamakhsharî e Baydâwî) sostengono che uno degli apostoli (magari Pietro) si sia offerto come "sostituto" per il maestro, nella speranza di ottenere il paradiso come ricompensa.

Tra le altre ipotesi avanzate circa l'identità del sostituto: Simone di Cirene, Giuda Iscariota, Satana, un soldato romano di nome Titanus, o un altro sconosciuto.


Il movimento della Ahmadiyya di Qādyān e di Lahore, in India – di origine islamica, ma considerato dai sunniti e dagli sciiti come eretico – afferma che Gesù non sarebbe morto in croce:

a loro detta il Cristo dalla Palestina fuggì in India, dove visse ancora per molti anni, fino a morire di vecchiaia a Srinagar, nel Kashmir: qui, in effetti, si trova un monumento tradizionalmente indicato come «la tomba di ‘Īsā».














“Da Adamo fino alla resurrezione dei morti non ci sono questioni più grandi/importanti di quella del DAJJAL (l’anticristo)”. (N.1812)


























" Tra gli uomini vi è chi dice: "Crediamo in Allah (Dio) e nel Giorno del Giudizio!" e invece non sono credenti.
Cercano di ingannare Allah e coloro che credono, ma non ingannano che loro stessi e non se ne accorgono.
Nei loro cuori c'è una malattia e Allah ha aggravato questa malattia. Avranno un castigo doloroso per la loro menzogna.
E quando si dice loro: "Non spargete la corruzione sulla terra", dicono: "Anzi, noi siamo dei conciliatori!".
Non sono forse questi i corruttori? Ma non se ne avvedono.
E quando si dice loro:"Credete come hanno creduto gli altri uomini", rispondono:"Dovremmo credere come hanno creduto gli stolti?". Non sono forse loro gli stolti? Ma non lo sanno.
Quando incontrano i credenti, dicono:"Crediamo"; ma quando sono soli con i loro Demoni, dicono:"Invero siamo dei vostri; non facciamo che burlarci di loro ".
(CORANO SURA II 8-14)


MICHELE P.


GESU' NELLA TADIZIONE SUFI di FAOUZI SKALI








Faouzi Skali, specialista riconosciuto del sufismo, mettendo a confronto Vangelo, Corano e testi mistici dell'islam, evidenzia il ruolo del maestro-Gesù, che usa "tutti i mezzi per risvegliare il discepolo e suscitare in lui una dimensione d'amore che inglobi tutto il creato", e traccia il ritratto di un Gesù che ci invita alla religione del cuore, oltre le barriere confessionali.

Eminenti maestri sufi come Ghazzâli, Rûmi o Ibn 'Arabi hanno visto in Gesù il "Sigillo della santità", così come Maometto è il "Sigillo della profezia".

Attraverso gli insegnamenti dei maestri sufi, la figura di Gesù, nel suo rapporto con Maria, il Battista e gli Apostoli, assume tonalità e sfumature di grande coinvolgimento emotivo e spirituale.

"Un'opera che si pone nel solco del dialogo interreligioso, antidoto a tutte quelle forme di estremismo che lo impediscono, precludendo ogni forma di conoscenza reciproca" (dalla Presentazione).

Il dialogo incessante dei monoteismi ritrova, in questo volume, una delle sue espressioni più belle e attuali.


IL LIBRO GESU' NELLA TRADIZIONE SUFI:

I CAPITOLI:

1 . IL SUFISMO

2. IL MAESTRO - LA VIA

3. L'UNIONE NELLA PLURALITA' DEI PROFETI

4. LA GERARCHIA DEI SANTI

5. GIOVANNI BATTISTA (YAHIA), IL PRECURSORE

6. MARIA (MARYAM) DALL'ANNUNCIAZIONE ALLA NATIVITA'

7. GESU' (ISSA) DALLA NASCITA ALL'ELEVAZIONE

8. RUMI, GHAZZALI, IBN 'ARABI, E IL LORO APPROCCIO A GESU'

9. I MIRACOLI, SUPPORTI DI UN INSEGNAMENTO
La Risurrezione dei morti
La Tavola
Il Tintore
La Creazione di uccelli vivi dalla terra

10. LA NASCITA DI GESU' NELL'UOMO

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GESU' NELLA TRADIZIONE SUFI:


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MICHELE P.




IBN ARABI E "LA SAPIENZA DEI PROFETI"


















VITA E OPERE:

Ibn Arabi (Murcia 1164 - Damasco 1240), mistico e filosofo di particolare originalità per il modo di integrare, in un quadro metafisico, istanze esoteriche ed esegesi coranica, teosofia sciita e teologia del Kalam, pensiero neoplatonico e arabo, misticismo sufi. Nella sua formazione giovanile riceve l’influenza della scuola andalusa e della scuola neoplatonica di Almería, e incontra personalmente Averroè, all’età di diciassette anni.   Inizialmente prende parte all’attività politica come segretario del governo di Sevilla ma, in seguito, si dedica prevalentemente alla vita spirituale, viaggiando nell’Africa del Nord e in Oriente. Della sua ampia produzione ricordiamo: il Commento delle perle della sapienza, le Rivelazioni di Medina, le Illuminazioni di Mossul, il Libro delle rivelazioni meccane, L’epistola delle luci, il Libro della politica divina, il Libro del tesoro degli amanti, il Libro del regalo del viaggio mistico, il Libro della estinzione nella contemplazione.


LA METAFISICA:

In ambito metafisico, Ibn Arabi accoglie la distinzione tra essere possibile ed Essere Necessario operata dai filosofi ellenizzanti, a cominciare da al-Farabi, e la approfondisce ancor più in senso platonico, pur discostandosi da alcuni elementi dottrinali ed elaborando una teoria nuovamente articolata.








L’Essere Necessario, Dio, è Verità e Luce ma, al contempo, abisso insondabile e inconoscibile. L’essere possibile è penombra, l’essere impossibile oscurità.

La Luce è il centro del cosmo, da cui irradiano gli esseri possibili che, in tal modo, divengono esistenti. La creazione divina definisce i limiti del cosmo: al di là della circonferenza, data dal termine del Suo raggio di azione, vi è il nulla. Tuttavia, ciò non esclude la possibilità di una sua moltiplicazione infinita.

Anche gli esseri possibili hanno una potenzialità creativa, che si esprime nella forma di una irradiazione che definisce, anch’essa, una circonferenza.

L’insieme degli esseri possibili rappresenta l’espressione della Essenza Divina a differenti livelli.   Nell’ambito della gerarchia metafisica, che vede il manifestarsi di Dio attraverso forme diverse, Ibn Arabi interpreta la dottrina islamica dei 99 Nomi Divini.

Ogni aspetto dell’universo fenomenico è l’espressione di un particolare nome; i nomi di Dio, dunque, acquistano il loro senso pienamente attuale solo nel mondo creaturale.

Da un punto di vista cosmologico, un grado importante della teofania è rappresentato dal Sublime Intermediario, in cui i possibili sono contenuti in modo semplice e indifferenziato: grazie al mandato esistenziale dato dall’Essere Necessario essi acquisiscono esistenza particolare e concreta.

In tal modo, la diretta dipendenza della infinita molteplicità degli esseri possibili da Dio, conduce a negare il principio neoplatonico, accolto dagli arabi, secondo cui dall’Uno proviene una unità. Ugualmente il filosofo nega la necessità dell’azione divina.


L'ANTROPOLOGIA:

Tra le creature, l’uomo riveste un ruolo di importanza speciale in quanto sintesi completa dell’universo e immagine divina. Egli compendia, infatti, tutti i nomi divini e gli aspetti del cosmo.

I quattro elementi e i quattro venti (dalle quattro principali direzioni) corrispondono in lui ai quattro umori e alle quattro facoltà fisiologiche (suzione, ritenzione, digestione, espulsione); i quattro tipi di acqua (salata, dolce, putrida e amara) al liquido degli occhi, della bocca, del naso e delle orecchie; i sette livelli della terra ai sette livelli del corpo (pelle, grasso, carne, vene, nervi, muscoli e ossa); le piante ai capelli e alle unghie; gli animali e i diavoli ai vizi; gli angeli alle virtù. Corrispondenze sono trovate anche con i mondi superiori.

I rapporti tra anima e corpo non sono pensati in termini di opposizione ma, al contrario, di reciproco sostegno: l’esterno protegge l’interno e l’interno protegge l’esterno.  L’immagine divina è la parte più interna dell’uomo. Con questa egli svolge il compito di reggente divino del mondo.


LA GNOSEOLOGIA:

Al pari del tema metafisico, anche il problema della conoscenza si presenta in Ibn Arabi in maniera complessa, e si articola principalmente nel rapporto tra conoscenza umana e divina, e nelle differenti possibilità di attingere la verità date all’uomo.












La conoscenza umana ha nella percezione del mondo sensibile un punto di partenza fondamentale, capace di condurre ai segreti divini.

Occhi, orecchie, naso, lingua e mani lavorano per i cinque sensi esterni del corpo e conducono le informazioni al senso comune; da qui sono trasmesse alla memoria, dunque al pensiero, infine all’intelletto.

Attraverso un processo induttivo, sceverando le caratteristiche non comuni da un insieme di individui percepiti singolarmente, l’uomo raggiunge dunque gli intelligibili universali, che hanno lo statuto di realtà.

L’universale, a questo livello di conoscenza, conserva comunque una forte caratteristica di differenziazione.

Ad un ulteriore grado di conoscenza, invece, si comprendono i generi sommi, realtà delle realtà, universali degli universali, che costituiscono una conoscenza più indifferenziata, più unitaria, più profonda e più vera.

Queste sono le caratteristiche della conoscenza divina, che anche l’uomo raggiunge a partire dalla percezione dei particolari, mentre Dio, al contrario, conosce i particolari tramite un sapere universale e indifferenziato. Attraverso l’analogia con ciò che è percepito sensibilmente, l’uomo può acquisire notizia anche di ciò che non esiste sensibilmente.

Vi è poi, per lui, un’ulteriore possibilità gnoseologica, rappresentata dal processo di autoconoscenza. Poiché Dio gli ha donato tutti gli aspetti del cosmo e di se stesso, è possibile che egli raggiunga questi aspetti mediante la riflessione su di sé.

Tuttavia, anche questo sapere si differenzia, cioè acquista determinazione, attraverso la conoscenza delle esistenze particolari dell’universo fenomenico.

Al di là degli aspetti legati al mondo della corruzione, si colloca per l’uomo-immagine di Dio la possibilità di vedere la realtà essenziale attraverso l’occhio che è il centro profondo del suo essere, l’occhio del cuore.









Si tratta qui della conoscenza mistica, che si risolve nell’abbandono di tutte le caratteristiche proprie e distintive dell’essere conoscente e dell’essere conosciuto, per far posto all’unica Verità che attraversa tutto il cosmo e che è Dio.

Ibn Arabi critica coloro che interpretano questo processo come unificazione (ittihad) o unione, perché ciò implicherebbe l’ammissione di due essenze distinte.

Mantenendosi fedele all’ortodossia islamica, che professa il Tawhid (l’unità di Dio), egli ritiene che Egli solo è essenza; pertanto questo tipo di conoscenza è dato da un riconoscersi in questa essenza, eliminando tutte le caratteristiche di differenziazione.

Qualunque tipo di conoscenza essenziale, cioè non legata al sensibile, si risolve dunque nell’autoconoscersi di Dio attraverso ciò che è altro da sé, attraverso la sua creatura.

Questo rapporto di conoscenza ha lo statuto di una relazione amorosa.(PT)

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Bibliografia  Traduzioni Ibn Arabi, Il libro della estinzione nella contemplazione, trad. Y. Tawfik-R. Rossi Testa, Milano 1996  Studi  C. Baffioni, Storia della filosofia islamica, Milano 1991 M. Cruz Hernandez, Historia de la filosofia española. Filosofia hispano-musulmana, Madrid 1957, 2 voll. M. Takeshita, Ibn Arabi’s theory of the perfect man and its place in the history of Islamic thought, Tokyo 1987.


Fonte: http://www3.unisi.it/ricerca/prog/fil-med-online/autori/htm/ibn_arabi.htm


MICHELE P.

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LA SAPIENZA DEI PROFETI di IBN ARABI:



AVERROE'












Averroè (adattamento occidentale dell'arabo Ibn Rushd). - Nome con il quale è noto in Occidente il filosofo, giurista, medico e astronomo arabo di Spagna Abū l- Walīd Muḥammad ibn Rushd (Cordova 1126 - Marrākesh 1198).

Tra le sue numerosissime opere sono celebri in particolare i Commentari ad Aristotele e alcuni scritti originali, tra i quali il più noto è il Tahāfut at-tahāfut (in versione latina Destructio destructionis).


Tre la sue tesi, che influenzarono la cultura occidentale: l'indipendenza delle verità di ragione da quelle di fede (che sono un insieme di miti e di verità pratiche), l'eternità della materia e del mondo, la negazione dell'immortalità dell'anima individuale.



OPERE

Della sua vasta produzione solo una minor parte ci è giunta nel testo originale, e il più in versioni ebraiche e latine, queste ultime traduzioni anch'esse dall'ebraico.


Così è avvenuto per i suoi commenti ad Aristotele, divisi in tre gruppi: ampi, medi, ed epitomi.

Indipendenti dall'esegesi aristotelica sono invece altre opere, come il già citatoTahāfut at-tahāfut , violenta confutazione di un libro anti-filosofico di al-Ghazzālī; il Faṣl almāqal sull'accordo tra religione e filosofia, un manuale di teologia, e la parafrasi (giuntaci in versione ebraica) della Repubblica di Platone.



PENSIERO

Grande ammiratore di Aristotele, Averroè combatte spesso Avicenna come deviante dal peripatetismo puro: suo intento infatti era di liberare il pensiero aristotelico dalle deformazioni neoplatoniche dei precedenti commentatori.

Anche Averroè concepisce secondo uno schema emanatistico il processo eterno di derivazione del mondo da Dio, tuttavia ritiene che la materia coeterna a Dio, non è, come vuole Avicenna, informe per sé stessa, e ricevente quindi dal di fuori le forme, ma ab aeterno le contiene in potenza.

Le cose quindi si formano, in quanto dalla materia le Intelligenze superiori (non derivanti l'una dall'altra, secondo l'opinione di Avicenna, ma dall'unico loro principio, Dio) traggono (extractio, non creatio) all'atto le forme.


Ma la teoria averroistica che maggiormente attrasse l'interesse della cristianità fu quella dell'intelletto e del suo rapporto con l'anima umana.

Contro la concezione dominante nella filosofia araba dell'intelletto potenziale (detto anche materiale perché, come la materia, ha per sua caratteristica di essere in potenza) come intelletto umano, ossia come parte razionale dell'anima umana, Averroè separa dall'anima non solo l'intelletto agente universale, ma anche l'intelletto materiale, giacché anche questo è semplice, ingenerato, incorruttibile e immortale e costituisce un intelletto unico per tutti gli uomini.


L'intelletto potenziale è impersonale, e impersonale è quindi l'immortalità.

Questa teoria, che fa estranea all'anima umana l'intelligenza (che si unisce ai singoli solo per ricevere dalle fantasie plurime le immagini sensibili, essenziali ad attuare la sua potenzialità) e nega l'immortalità individuale, fu combattuta sul terreno filosofico da s. Tommaso. Respingendo il tentativo di conciliare Aristotele con la religione musulmana, Averroè riduceva la fede a un complesso di "miti" e di norme pratiche, necessarie per il popolo ma non per i filosofi che ne vedono il fondamento mitologico (dottrina inesattamente detta della "doppia verità").


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AVERROE', COMMENTATORE DI ARISTOTELE


Abū ’l-Walīd Muhammad ibn Rušd, il più famoso pensatore musulmano nell’Occidente medievale, nacque a Cordova nel 1126.

Operò alla corte almohade di ‘Abd al-Mu’min, Abū Ya‘qūb e Ya‘qūb al-Manhūr come giurista e medico oltre che come filosofo. Attaccato verso il 1195 per le sue idee ed esiliato a Lucena, fu poi reintegrato nelle sue funzioni a corte. Morì a Marrakesh nel 1198.

Averroè fu famoso in Occidente, sin dal Medioevo (cfr. anche Inf., IV, 144) soprattutto per i commentari a quasi tutta l’opera di Aristotele (integrata, per la politica, dalla Repubblica di Platone).


Non per questo bisogna tuttavia considerarlo seguace pedissequo dello Stagirita: nei commentari egli dimostra in modo eminente la propria indipendenza di giudizio e anche l’audacia di talune sue posizioni (si pensi alla questione degli intelletti, donde scaturì la convinzione degli averroisti latini che egli negasse l’immortalità dell’anima; l’opera di riferimento è Davidson, 1992).

Proprio nei commentari Averroè sembra esprimere più liberamente le proprie idee filosofiche: essi giocano dunque un ruolo decisivo nella ricostruzione del suo pensiero.


I possibili antecedenti storici dei commentari di Averroè sono da ravvisarsi sia nei commentari coranici, sia in quelli a opere mediche o astronomiche – e talora filosofiche: di al-Fārābī (m. 950), che però segue metodi alquanto diversi, e soprattutto dell’andaluso Ibn Bājja (m. 1139).

Averroè scrisse tre tipi di commentari: i commentari lunghi (tafsīrāt), veri e propri commenti sistematici; i commentari medi (talkhīṣāt), parafrasi delle opere aristoteliche, e i cosiddetti “commentari brevi” (jawāmi‘), in realtà epitomi in cui le dottrine di Aristotele sono rielaborate ex novo.


Il fatto che la redazione dei commentari si snodi almeno dal 1159 al 1193 (si veda Baffioni 1998, p. 11, nota 30) ne determina lo stretto legame con le altre opere di Averroè, fra le quali rilevanti per la filosofia hanno sono soprattutto quelle teologiche e il Tahāfut al-tahāfut (“La distruzione della distruzione [dei filosofi]”, probabilmente del 1180).


Un limite dei commentari è secondo Badawi (1978, pp. 61-2 e 69) che Averroè disponesse solo di traduzioni da Aristotele (per giunta talora riconosciute come poco rispondenti agli originali a noi noti, cfr. Gätje 1964, p. 59); inoltre, non possiamo sapere di quali altre opere greche egli fosse stato a conoscenza, dalle quali individuare il “senso vero” delle affermazioni di Aristotele.


L’esistenza di un consistente numero di commentari in versione ebraica e latina (nonché in arabo scritto con caratteri ebraici) ha convinto alcuni studiosi a iscrivere Averroè senz’altro fra i pensatori occidentali (cfr. soprattutto Wolfson 1961; vd. anche Gätje 1964, p. 59).

Badawi, tuttavia (1978, pp. 79-80), sottolineando gli errori e i fraintendimenti delle versioni latine, osserva che bisognerebbe ricorrere a esse solo in mancanza degli originali arabi; tale cautela è peraltro espressa, sia pure in forma più sfumata, anche da recenti editori di commentari arabi (ad es. Butterworth 1983, pp. 165-66; da rilevare che il numero di tali edizioni è sensibilmente aumentato negli ultimi decenni; bibliografia in Geoffroy 2005, p. 773, nota 101). Inversamente, Cranz (1976, pp. 123-8) coglie la ricchezza dei commentari esistenti come un motivo per cercare conciliazione fra il mondo arabo e quello ebraico.


Certo è che, mentre ricevette entusiastica accoglienza nell’Occidente medievale e rinascimentale, il pensiero di Averroè finì innegabilmente per essere presto ignorato dagli Arabi.

In un primo tempo, Cruz Hernández (1957, pp. 7-9) individuò le ragioni di tale calo di fortuna nel fatto che Averroè avesse abbandonato gli schemi di pensiero neoplatonizzanti che (sia pure, va detto, con notevoli diversificazioni da caso a caso) caratterizzavano quasi per intero la filosofia islamica.


Diciassette anni dopo (Cruz Hernández 1974, pp. 418-26), egli rilevava che solo nell’ultima parte della vita, nella piena maturità, Averroè intraprese una critica di Aristotele basata sulla lettera dei testi, contribuendo ulteriormente alla rottura con la consueta tradizione filosofica islamica.


Ancor più tardi (Cruz Hernández 1978, pp. 147-50) lo studioso evidenziò che l’obiettivo del tardo Averroè – di ricercare una filosofia intesa come “conoscenza strettamente umana” – contrastava con le esigenze socio-culturali non solo della Weltanschauung araba, ma anche di quelle cristiana ed ebraica, col carattere stesso del pensiero medievale, e infine col modo in cui Aristotele era stato fino allora recepito.

Perciò, il problema dell’aristotelismo è il punto centrale nell’interpretazione del pensiero di Averroè (ibid., p. 129).


D’altro canto, Hasan Hanafī Husaynī (1983, p. 61 ss.) ha osservato che, poiché Averroè scriveva per i suoi contemporanei musulmani, è inutile aspettarsi una trasposizione letterale di Aristotele; inoltre, l’attività commentatoriale ha finito per offrire un’immagine talora stereotipata di Averroè.

Nonostante queste e altre possibili riserve, non c’è dubbio che egli si differenziò radicalmente dal pensiero del “Primo Maestro” qual era trasmesso dalle enciclopedie e dai pensatori islamici (Cruz Hernández 1978, pp. 137-41).

Tale presa di distanza è comunemente ravvisata non solo nella critica al neoplatonismo, ma anche nell’enfatizzazione data da Averroè alla ricerca naturalistica (anche se va ugualmente riconosciuta la sua sostanziale fedeltà alla religione musulmana: Averroè era un giurista malikita, e il suo manuale di diritto è tuttora in uso; cfr. recentemente Geoffroy 2005, pp. 734-5 nonché, a esempio, Rosenthal 1958; Martínez Lorca 1993).


Pur essendo, come si evince dal celebre Faṣl al-maqāl (Trattato decisivo), la verità una sola (donde la pretesa teoria della “doppia verità” attribuitagli dagli averroisti latini è del tutto priva di fondamento), Averroè ritenne di poter distinguere due livelli di conoscenza delle Scritture, quello religioso e quello esclusivamente scientifico.

Tale aspetto è stato individuato dai critici come uno dei maggiori pregi del suo pensiero (Alonso 1940; Göllner 1967, p. 362), e oggi si trova alla base del tentativo di rivalutazione di Averroè da parte del celebre pensatore marocchino Muhammad al-Jabiri nella sua ricerca dei presupposti storici e teorici per la rinascita del pensiero – e del mondo – islamico (il lettore italiano può vedere anzitutto al-Jabri 1996).


Fonte Enciclopedia Treccani

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MICHELE P.


AVICENNA












AVICENNA

Nome con il quale è noto in Occidente il filosofo e medico musulmano di stirpe iranica Abū ‛Alī Ibn Sīnā (Afshana, presso Buchārā, 980 - Hamadhān 1037 ca.)


LE OPERE

La sua produzione filosofica (composta per la gran parte in arabo) si può suddividere in summae che – divise in genere (ma non sempre) in quattro parti (logica, fisica, matematica e metafisica)– comprendono tutte le scienze dell’epoca, e trattati di breve estensione su singoli argomenti.

Del primo tipo si possono ricordare: il Kitāb al-Shifā’ («Il libro della guarigione», dove è sottinteso «dell’anima dall’errore»), di cui nel Medioevo furono tradotte in latino diverse parti (tra le quali la Philosophia prima sive scientia divina, il De anima, e parti della logica e della fisica); il Kitāb an-Nagiāh («Il libro della salvezza») e, in lingua persiana, il Danesh-Nāmeh («Libro della scienza»).


La Ḥikma Mashriqiyya («Filosofia orientale»), giunta solo in minima parte, ha costituito il centro di un’importante questione storiografica. Alcuni testi sembrano proporla come la vera filosofia di Avicenna.

La critica è però ormai propensa a rifiutare l’idea di una cesura nel pensiero avicenniano e a ricusare la tesi di una sua dimensione esoterica. La differenza nelle opere di A. sembra più formale che sostanziale.

Su argomenti speciali verte una quantità di scritti minori, alcuni dal lin-guaggio fortemente simbolico e dedicati a questioni gnoseologiche e psicologiche (come i racconti di Ḥayy ibn Yaqẓān e di Salamān e Absāl).


Si hanno di A. anche alcune quartine in persiano.

Ancora in arabo è invece il suo capolavoro medico, il Kitāb al-Qānūn fī -ṭ-ṭibb (Canone della medicina) rivolto a ordinare sistematicamente le dottrine mediche di Ippocrate e Galeno nonché quelle biologiche di Aristotele.

Esso ebbe grande diffusione in Occi-dente, prima nella versione latina di Gerardo da Cremona (12° sec.), poi migliorata da Andrea Alpa-go (post. 1527) e fu stampato nel testo arabo per la prima volta a Roma nel 1593. Rinnovamento dell’aristotelismo e ispirazione neoplatonica. Nella sua dottrina filosofica A. intese rinnovare l’aristotelismo, accogliendo per altro le diverse istanze del neoplatonismo già vive nella filosofia a lui precedente; costante è poi il confronto con le dottrine della teologia musulmana, che fu profondamente influenzata dal suo pensiero.




Nel sistema di A. il mondo è coeterno a Dio, essere eterno, necessario e unico, da cui emana un primo essere intelligente (ex uno non fit nisi unum) e quindi, per mediazione di questo, l’intero mondo celeste (composto di intelligenze, anime e corpi), e infine la materia e le forme che la forgiano nell’uno o altro essere del mondo sublunare.

Nell’azione divina è quindi essenziale il ruolo mediatore delle sostanze celesti.

Poiché infatti alla perfezione di Dio ripugna la molteplicità, è per mezzo di esseri intermedi, chiamati anche «datori delle forme», emananti in ordine degradante dal principio, che vengono assi-curati il passaggio dall’uno al molteplice, la cosmo-logia e l’informazione della materia sublunare: l’intelligenza prima, che procede dall’unità assoluta di Dio, dà quindi luogo a una seconda intelligenza così da avere poi l’intelligenza, l’anima e il corpo del cielo, secondo un processo triadico che si reitera identico fino all’intelligenza della sfera lunare, l’intelletto agente.

La cosmogonia emanatistica di A. rielabora quella già riconoscibile in al-Fārābī, ma se ne distacca soprattutto per il ruolo attribuito alle anime celesti.

L’intelletto agente, dator formarum per eccellenza (wāhib al-ṣuwar), è la causa immediata delle trasformazioni che avvengono nel mondo sublunare, garantendo a un tempo l’irradiarsi delle forme sostanziali nella materia e l’attualizzazione dell’intelletto umano con le forme intelligibili. Nel processo di informazione e determinazione un ruolo è attribuito però anche alla preparazione della materia e al processo astrattivo dell’intelletto uma-no.


Se l’anima umana – sostanza spirituale e individuale – intende per l’azione che su di essa svolge l’intelletto agente universale e unico, che imprime in essa gli intelligibili, l’intendere resta un’attività individuale, in quanto l’intelletto possibile è più o meno «preparato» a ricevere l’illuminazione dell’in-telletto agente; al vertice del processo cono-scitivo – per una più intima congiunzione dell’intel-letto umano con il dator formarum (chiamato anche «datore dell’in-telletto»: wāhib al-’aql) e poi più su con le altre intelligenze celesti – si pongono l’estasi e la profezia.

Di particolare interesse è la soluzione escatologica: se la vera perfezione e felicità dell’anima consistono nella dimensione intellettuale, anche l’anima incapace di perfezionarsi può raggiungere una propria felicità, immaginativa, e garantita nell’aldilà dall’azione dei corpi celesti.

A. ebbe un’influenza notevole sul pensiero del Medioevo latino che nelle sue opere poté rintracciare un’angelo-logia, una psicologia coerente con l’idea dell’immor-talità dell’anima e un’originale riflessione metafisica in cui assumono rilievo particolare la definizione del soggetto della metafisica, la teoria sulla causalità, la distinzione di essenza ed esistenza, la dottrina dell’indifferenza quantitativa dell’essenza (equinitas est equinitas tantum) e l’elaborazione metafisica dei concetti modali di necessità e possibilità (il mondo è in sé possibile e necessario per altro, in sé neces-sario è solo Dio).


La psicologia e la gnoseologia avicenniane furono anche il terreno per una conci-liazione con l’agostinismo con cui il pensiero di A. condivideva l’ispirazione neoplatonica.


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LA STORIA DI AVICENNA




Illustre filosofo e medico musulmano, cultore anche di scienze matematiche, fisiche e naturali e poeta di qualche merito, che scrisse per lo più in arabo, talora in persiano; nacque nel Ṣafar 370 èg. (agosto-settembre 980) ad Afshanah presso Bukhārà e morì a Hamadhān nella Persia occidentale, nel ramaḍān 428 (giugno-luglio 1037).

Il nome completo è Abū ‛Alī al-Ḥusain ibn ‛Abd Allāh ibn Sīnā, spesso citato col solo titolo di ash-shaikh ar-ra'īs "il maestro capo"; per la storpiatura Avicenna v. aven.

La sua vita, svoltasi sempre in Persia e nelle limitrofe provincie del Turkestān, fu assai movimentata e comprende anche qualche anno di carica di wazīr, cioè ministro, presso il sovrano buwaihide Shams ad-Dawlah (che regnò dal 997 al 1021) a Hamadhān, e quattro mesi di prigionia, un po' più tardi, per ragioni politiche. Medicina e scienze. - A. fu ad un tempo medico teorico e pratico assai rinomato, tanto che proprio alle sue cure mediche egli dovette la carica predetta di wazīr.

Compose in arabo parecchie opere, alcune grandi altre piccole, sulla medicina, delle quali la più famosa, sia in Oriente sia in Occidente, è l'al-Qānūn fī ‛ṭ-ṭibb "Il canone di medicina", per varî secoli studiato anche nelle università europee nella versione latina di Gerardo da Cremona (morto nel 1187), poi molto migliorata da Andrea Alpago, medico nato nella provincia di Belluno, che in trent'anni di vita in Oriente aveva appreso assai bene l'arabo e che morì circa nel 1520 professore nell'università di Padova.







L'opera si divide in cinque trattati: 1) della medicina teorica e pratica in generale, inclusa l'anatomia del corpo umano; 2) dei medicamenti semplici; 3) delle malattie particolari a una data parte del corpo; 4) delle malattie non particolari d'una data parte; 5) della composizione e applicazione dei medicamenti. Il testo arabo fu stampato per la prima volta a Roma, nella tipografia medicea, nel 1593 a cura di G. B. Raimondi, e più volte ristampato interamente o parzialmente in Oriente nella seconda metà del secolo scorso e nei primi anni del presente; la versione latina ebbe non meno di 30 edizioni totali o parziali, di cui 15 anteriori al 1500 (la 1ª edizione della revisione dell'Alpago fu fatta a Venezia nel 1527, in 2 voll. in folio).


Un'eccellente traduzione francese della parte anatomica del primo trattato, con ottime note, è a pp. 432-781 di P. de Koning, Trois traité d'anatomie arabes, Leida 1903; la versione francese di ciò che riguarda i calcoli renali e vescicali fu data dallo stesso de Koning in appendice al trattato d'ar-Rāzī (Leida 1896); la parte oftalmologica fu tradotta in tedesco da J. Hirschberg e J. Lippert (Die Augenheilkunde des Ibn Sina, Lipsia 1902).

Molta voga ebbe pure in Europa la Urgiūzah o "poemetto in metro ragiaz", che in 1316 versi (o 758 distici) riassume tutta la medicina teorica e pratica, aggiungendo infine notizie su alcune operazioni chirurgiche; la traduzione latina, unita al commento di Averroè (v.) e intitolata Cantica (neutro plurale), fu fatta fare dal medico Armengaud (fils de Blaise) di Montpellier nel 1280 o 1284 e fu spesso stampata con il Canone oppure con il Colliget di Averroè. Anche qualche altro opuscolo medico fu tradotto nel Medioevo e stampato. Gli scritti concernenti la matematica, l'astronomia, le scienze naturali sono in parte indipendenti e in parte incorporati in qualcuna delle sue grandi enciclopedie filosofiche (specialmente l'ash-Shifā'); inediti per la massima parte, non furono studiati da alcuno, se si eccettuano i piccoli lavori di E. Wiedemann (1912) sul modo con cui avviene la visione, di K. Lokotsch (1912) sui libri planimetrici della sua versione d'Euclide, di M. Horten (1913) sulla spiegazione dell'arcobaleno, e di E. J. Holmyard (1927) su parte della mineralogia contenuta nel Kitāb ash-Shifā'.

Quindi è impossibile determinare i meriti di A. in questi campi, benché accenni sparsi nelle sue opere a stampa mostrino chiaramente il suo vivo interesse per l'osservazione dei fenomeni celesti e terrestri, per la mineralogia, ecc. Poesia. - All'infuori di versificazioni freddamente didascaliche in arabo, tra le quali la citata Urgiūzah medica e un breve poemetto in distici sulla logica (tradotto da A. Schmölders, Documenta philosophiae Arabum, Bonn 1836, pp. 26-42), si conservano di A. alcune poesie arabe, di carattere letterario oppure quasi filosofico, e anche dodici quartine persiane improntate a scetticismo profondo.



FILOSOFIA

Da un punto di vista esteriore le opere filosofiche d'A. possono dividersi in due classi: libri speciali, ossia trattanti un ramo particolare della filosofia o un argomento ancora più speciale, e libri di carattere universale abbraccianti una dopo l'altra tutte le discipline filosofiche nel senso più largo della parola, tanto da comprendere in taluni (p. es. nell'ash-Shifā') anche la trattazione esauriente della teoria musicale, dell'aritmetica, della geometria e dell'astronomia, nonché, sull'esempio d'Aristotele, della meteorologia e delle scienze naturali.





Delle opere di questa seconda classe enciclopedica alcune constano di molti grossi volumi, altre sono più brevi, altre brevissime; qualcuna è in persiano, ma la maggior parte, e fra queste le più importanti, sono in arabo.

Fra esse tre meritano particolare ricordo, anche perché la loro esistenza fu nota a Ruggero Bacone (su ciò v. Nallino, in Rivista degli studi orientali, X, 1925, 454 e 464) 1) ash-Shifā' "La guarigione, (dall'errore); grande trattazione di tutte le scienze filosofiche" matematiche e naturali, che Avicenna dichiara di fare in modo conforme alle dottrine peripatetiche; ma essa in realtà contiene anche elementi neoplatonici e vedute personali di A., che la condusse a termine nella suaccennata prigionia.


Nel Medioevo ne furono tradotte in latino alcune sezioni (piccola parte della logica, metafisica, de caelo et mundo, fisica nel senso aristotelico, de anima, degli animali), stampate poi in unico volume a Venezia nel 1495 e nel 1508; del testo arabo si sono pubblicate soltanto la metafisica e le scienze fisico-naturali (incluso il de anima e il de animalibus) in una litografia di Ṭeherān, del 1303-1305 èg. (1886-1888), in 2 volumi.

La metafisica fu tradotta dall'arabo in tedesco da M. Horten, Die Metaphysik Avicennas, Lipsia 1900; ma, nonostante le utili note, questa versione non può dirsi più soddisfacente della medievale latina. 2) al-Ḥikmah al-mashriqiyyah "La filosofia orientale", di mole minore dell'opera precedente, alla quale è posteriore; il titolo deriva dal fatto che A. nel prologo, forse con parecchia esagerazione, dice di abbandonare l'attaccamento alle dottrine dei peripatetici per muoversi più liberamente ed esporre senza troppi riguardi il proprio pensiero, sicché "orientale" dovrebbe opporsi ad occidentale, cioè greca.

Di quest'opera fu pubblicato soltanto un frammento della logica (Cairo 1328 èg., 1910), che l'editore non ha saputo identificare col nostro trattato. 3) al-Ishārāt wa 't-tanbīhā "Accenni ed avvertimenti", che sembra essere un breve compendio del precedente; riguarda la logica, la fisica in senso aristotelico (quindi inclusa la psicologia) e la metafisica (inclusa la mistica filosofica) e offre molto compendiato il definitivo pensiero filosofico d'Avicenna. Fu edito in arabo da J. Forget, Le livre des theorèmes et des avertissements, Leida 1892.


Delle altre opere complessive filosofiche d'A. non può essere qui dimenticato l'an-Nagiāh "La salvezza" (dall'errore), compendio del citato ash-Shifā', con esclusione dei libri matematici, musicali, astronomici, zoologici e botanici; stampato per la prima volta in arabo a Roma nel 1593 in calce al Canone di medicina, fu ristampato meglio al Cairo nel 1331 èg. (1913). La sua logica fu volta in francese da P. Vattier, La logique du fils de Sina communément appelé Avicenne, Parigi 1658; la sua metafisica ebbe un interprete latino in mons.






Ni‛mat Allah Karam (Avicennae Metaphysices compendium..., Roma 1926; su di esso v. le osservazioni di C. A. Nallino, in Oriente Moderno, VII, 1927, pp. 517-525). A. aveva composto un enorme commento ad Aristotele, intitolato al-Inṣāf "L'imparzialità", poiché l'autore si studiava d'essere imparziale fra gli occidentali (cioè i peripatetici puri) e gli orientali (cioè imbevuti di neoplatonismo); ma esso perì in un saccheggio mentre A. era ancora in vita. Degl'innumerevoli scritti monografici d'A. ricordiamo gli opuscoli tradotti e raccolti in un solo volume dal già citato Alpago, Venezia 1546 (postumo), ossia il compendio de anima (poi, nel 1875 edito con versione tedesca e buone note da S. Landauer e nel 1906 tradotto in inglese a Verona da E.A. van Dyck), il De mahad (= al-ma‛ād) cioè sulla vita futura, aforismi sull'anima, un libretto sulle definizioni e su alcune questioni, un opuscolo sulla divisione delle scienze; inoltre il gruppo di opuscoli pubblicati in arabo e tradotti o analizzati in francese da M. A. F. Mehren, col titolo complessivo di Traités mystiques d'Abou Alî... Avicenne, Leida 1889-1899, 4 fasc., che ci dànno l'insegnamento riservato od esoterico d'A. A. professa un aristotelismo imbevuto grandemente di neoplatonismo; da questo punto di vista è un vero discepolo spirituale d'al-Fārābī (v.), dal quale, fra l'altro, egli deriva la curiosa cosmogonia emanatista divenuta famosa anche presso scrittori latini medievali e del Rinascimento, e parimenti deriva la spiccatissima tendenza alla mistica filosofia che si manifesta negli scritti esoterici.


D'altro canto si sente qua e là il desiderio di andare verso alcune dottrine della teologia speculativa ash‛arita (v. al-ash‛arī e islamismo), pur dissentendo profondamente da altre; e appunto queste concessioni furono aspramente rimproverate ad Avicenna da Averroè (v.).


Nella dottrina degli universali egli, sulle orme d'al-Kindī e d'al-Fārābī che qui fusero Aristotele e Platone, arriva a una formula assai vicina al realismo temperato della Scolastica e forse ispiratrice di quella d'Alberto Magno: gli universali esistono prima della molteplicità (ossia nella mente del Creatore), nella molteplicità (ossia nella realtà delle cose) e dopo la molteplicità (ossia come concetti che la nostra mente desume per astrazione dalle cose particolari e poi di nuovo riferisce ad esse). Caratteristica è la sua dottrina dell'ente, ch'egli distingue in tre categorie: l'assolutamente necessario per sé stesso; il possibile (contingente) per sé stesso, ma necessario e perpetuo a causa d'un altro; il possibile semplicemente.

L'assolutamente necessario (wāgib al-wugiūd, reso con il curioso sostantivo necesse esse nel Medioevo latino) è Dio; la seconda categoria è costituita dalle sfere celesti, dalle intelligenze "separate" e dall'anima umana, le quali tutte ricevono dal Primo, cioè da Dio, la necessità del loro essere; la terza si riduce a tutte le cose sublunari, le sole che siano soggette a perire. Di questa triplice divisione, poi acremente combattuta da Averroè, A. si vale per costruire una dimostrazione dell'esistenza di Dio accettabile anche da coloro che, come i teologi speculativi della scuola ash‛arita, negavano in modo assoluto il principio di causalità e le cause seconde; è la prova del possibile o contingente, che, modificata da Averroè (v.), fu anche accolta da S. Tommaso d'Aquino.






In Dio, uno assoluto, l'essenza (o quiddità) non differisce realmente dall'esistenza, al contrario di quanto accade in tutte le categorie di enti possibili, nei quali, secondo A., l'esistere si aggiunge all'essenza o quiddità dal di fuori a modo di accidente. Unità assoluta, semplicità, perfezione massima, bontà, intelligenza, bellezza, verità sono tutti attributi della divinità; ma queste affermazioni non ci dicono nulla di positivo, non avendo alcun rapporto con i corrispondenti concetti umani; della natura intrinseca di Dio noi nulla possiamo affermare all'infuori dell'assoluta unità o semplicità. Non è impossibile che questo agnosticismo avicenniano s'ispiri alla teodicea ash‛arita.

Dio opera al difuori di sé; ma da lui, unità semplicissima, non può emanare una pluralità, bensì un ente solo.

Perciò il mondo sublunare deriva dal Primo attraverso una serie di emanazioni degradanti, che A. copia interamente da al-Fārābī, dal quale diverge soltanto nel modo di considerare l'intelletto attivo: per al-Fārābi questo è il motore della prima sfera (entro la quale si muovono tutte le altre sfere celesti e dove si creano le forme di tutte le cose sublunari), invece per A. è l'ultima delle intelligenze separate, è l'intelligenza del mondo terreno, è quella che fornisce all'intelletto umano (l'intelletto possibile o potenziale) le forme intelligibili e alla materia le forme sostanziali; perciò, in tale sua funzione, A. lo chiama il datore delle forme. Esso è dunque il reggitore del mondo terreno, e da lui provengono le anime umane.

A partire dal Nifo (1497), questo intelletto attivo avicenniano, soprattutto nella sua funzione di datore delle forme, fu noto in Europa per circa due secoli con il nome di colcodea (v.); Averroè lo combatté parecchie volte. L'universo esiste ab aeterno, ma fin dall'eternità è causato da Dio; se non che questa creazione ab aeterno è immediata soltanto per la prima intelligenza (quella della prima sfera celeste), intervenendo per il resto dell'universo, come conseguenza della dottrina dell'emanazione, cause intermedie ed esse stesse creatrici.







Teologi musulmani e cristiani, nonché Averroè, interpretarono la teodicea avicenniana come negante che Dio conosca le cose singole per sé stesse quando sono, pur conoscendole in forma generale sin dall'eternità; ma su questo v. Nallino, in Oriente Moderno, VII (Roma 1927), pp. 523-524. La psicologia ebbe grande e non di rado originale sviluppo in A.; ma non è qui il luogo di parlarne. Già da quanto precede appare che il concetto di Dio e la cosmogonia d'A. male si accordano con gl'insegnamenti del Corano e della teologia musulmana, benché in vari casi egli tenti un ravvicinamento a dottrine della scuola ash‛arita mediante modificazioni d'insegnamenti peripatetici.


La verità della religione positiva non è da lui impugnata; ma usando interpretazioni allegoriche di testi coranici e mediante il principio che Maometto, dovendosi rivolgere agli Arabi grossolani e ignoranti del suo tempo, non poteva usare un linguaggio conforme ad alte esigenze intellettuali, egli arriva a conclusioni che talora sono in pieno contrasto con i testi; p. es., nega la risurrezione dei corpi e considera la preghiera canonica (valida soltanto in determinate parti della giornata, previa purità corporale, e consistente in formule e in movenze del corpo immutabili) come corrispondente a un basso grado spirituale e solo atta a distinguere l'uomo dal bruto. In uno dei suoi opuscoli sembra addirittura adombrata la dottrina delle due verità, la filosofica e la religiosa.


S'intende quindi la violenza degli attacchi d'al-Ghazālī (v.) contro di lui. Come al-Fārābī, A. è un mistico di tipo neoplatonico. Il grado di perfezione dell'anima del profeta (nel senso musulmano) è inferiore a quello del mistico compiuto. Mediante la via ascetica, della quale fa parte l'orazione (non la semplice preghiera canonica), le anime elette possono in questa vita, in grazia ad uno sforzo continuo sentimentale e intellettuale ad un tempo, superare in parte o tutte le stazioni (maqāmāt) della via mistica, delle quali la più elevata, cioè l'undecima, si ha quando il mistico perde la coscienza di sé; "allora egli non scorge se non la corte della Santità (= Dio), o, se scorge l'anima propria, la scorge solo in quanto essa è contemplante; allora si avvera l'unione (con Dio)".


In questo stato l'anima del mistico acquista poteri straordinarî e può causare fatti di carattere eccezionale, i quali tuttavia non sono da considerarsi come infrazioni alle leggi naturali; in questo punto Avicenna si stacca nettamente dai ṣūfī (v.) o mistici musulmani non filosofi. Aggiungiamo che A. non riconosce valore all'astrologia. Sulla filosofia del Medioevo latino, a partire dal secolo XII, A. esercitò un'influenza notevole, sia fornendo contributi positivi di dottrine, sia sollevando utili discussioni.


Fonte Enciclopedia Treccani

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MICHELE P.



GIALĀL ATL-DĪN RŪMĪ E IL MATHNAWI









GIALĀL atl-DĪN RŪMĪ

(Muḥammad ibn Muḥammad ibn Ḥusain al-Balkhī). - Celebre poeta mistico persiano, nato a Balkh nel Khorāsān nel 604 èg. (1207 d. C.), morto a Conia in Asia Minore nel 672 (1273).

A Conia passò la maggior parte della sua vita; ivi subì l'influsso del mistico vagante Shams ad-dīn Tabrīzī, dettò in persiano il suo maggior poema, il Mathnawī, e il suo divano lirico, scritto sotto il nome del suo ispiratore, e fondò la confraternita religiosa dei Mawlawiyyah (detti "dervisci giranti" dagli Europei), che in Conia, presso la tomba di G., ebbe sino al 1925 il suo centro.







Il Mathnawī (o più compiutamente Mathnawī-i ma‛nawī "il mathnawī spirituale" ché mathnawi in sé è il solo nome della forma metrica, di distici rimati a coppie) è un poema in 6 libri, di contenuto essenzialmente mistico, ma anche didattico e narrativo; lo slancio e l'ardore lirico del sentimento religioso, assurgente a un grandioso panteismo, ne ha fatto una delle opere del genio orientale più famose anche in Europa.

Anche il divano è giudicato fra le più squisite produzioni della lirica persiana. Edizioni orientali varie del Mathnawī (tra l'altre Costantinopoli 1872, 7 volumi); un'edizione scientifica con traduzione inglese ha iniziata R.A.

Nicholson (Londra 1925-30, 4 voll. per i libri I-IV). Traduzione del 1° libro, di G. Rosen, Lipsia 1849 (2ª ed. 1913) e di J. Redhouse, Londra 1881; del 2° libro, di E. H. Wilson, Londra 1910; traduzione ridotta di tutto il poema di E. H. Whinfield, Londra 1887; traduzione scelta del divano, del Nicholson, Londra 1898.




RŪMĪ


Rūmī ‹ruumìi›, Gialāl ad-Dīn. - Poeta mistico persiano (Balkh 1207 - Konya 1273), conosciuto anche come Mawlāna ("Nostro Signore").



trascorse la maggior parte della vita a Konya, in Asia Minore, e fondò la confraternita religiosa dei Mawlawìyya (i "dervisci giranti" degli Europei).

Il suo Dīwān, composto sotto l'influsso e nel nome del suo maestro, il mistico Shams-i Tabrīz, presenta contenuti e forme del tutto insoliti per la poesia classica persiana.

Celebre è anche Mathnawī-i ma῾nawī ("Il poema spirituale"), opera di oltre 26.000 versi, di contenuto essenzialmente mistico, ma anche didattico e narrativo: è un commentario, o meglio una trasposizione mistica della spiritualità del Corano, pur non avendone la forma tecnica (è infatti opera di finissima liricità). Si ricorda, inoltre, Fīhi mā fīhi ("Vi è ciò che vi è"), opera in prosa che raccoglie i detti dell'autore.



IL MATHNAWĪ

Denominazione araba di una forma metrica di poesia, in cui ogni verso è composto di due emistichî rimanti fra loro, passata poi anche a designare i poemi soprattutto epici, romanzeschi e didattici composti in quella forma metrica nella letteratura persiana e in quelle da essa derivate, come la turca ottomana e l'indostana.
(La forma metrica e il genere sono quasi del tutto ignoti alla letteratura araba).

Un mathnawī è già lo stesso Libro dei Re di Firdūsī, e inoltre i poemi di Niẓāmī, di Giāmī, e in genere tutti quelli della letteratura narrativa e sentenziosa (v. persia: Letteratura).

Il mathnawī per antonomasia è il poema mistico persiano (Mathnawī-i ma‛nawī "il m. spirituale") di Gialāl ad-Dīn Rūmī (v.)


Fonte Encilcopedia Treccani

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GABRIELE MANDEL E IL SUFISMO












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MICHELE P.



IL LIBRO DELLA SCALA - IL VIAGGIO NOTTURNO DI MAOMETTO










IL LIBRO DELLA SCALA


Testo escatologico arabo-spagnolo, il cui originale, a noi non giunto, portava quasi certamente il titolo di Kitāb al-Miʽrāǵ (" Libro della scala ", o della " ascesa " [di Maometto in cielo]).

Esso fu fatto tradurre poco prima del 1264 da re Alfonso X di Castiglia, ad opera di un dotto medico giudeo, Abraham; e da questa versione castigliana, anch'essa perduta, l'italiano Bonaventura da Siena, sempre per commissione del re, trasse le due versioni in latino (Liber Scalae) e in antico francese (Livre de l'Eschiele Mahomet) giunte a noi rispettivamente in un manoscritto di Oxford, e in due di Parigi e della Vaticana e pubblicate nel 1949 da E. Cerulli insieme con un riassunto della prima versione castigliana, conservata in un codice dell'Escuriale e attribuita a S. Pedro Pascual.


L'opera originaria appartiene a quel filone della letteratura araba edificante e popolare, che sviluppando un famoso versetto coranico su un miracoloso viaggio notturno del profeta a Gerusalemme (Corano XVII 1), narra la susseguita sua salita al cielo e la sua visita dei regni d'oltretomba.



Nel testo in questione, Maometto è destato nel suo letto alla Mecca dall'angelo Gabriele, è fatto montare sul destriero alato Burāq, condotto a Gerusalemme, e di qui fatto ascendere in cielo per la fulgida ‛ scala ' (miʽrāg) che dà nome al libro.

Egli vede l'angelo della morte, un altro in forma di gallo, un terzo metà di fuoco e metà di neve, e traversa gli otto cieli incontrando in ognuno un profeta, fino al trono di Dio; visita quindi il Paradiso con le sue delizie di natura e d'amore, e riceve da Dio il Corano, con i precetti delle orazioni quotidiane e del digiuno.

Passato poi all'Inferno, ne percorre le sette terre, e ne contempla i diversi tormenti, ascoltando da Gabriele le spiegazioni sul giorno del giudizio e la prova del ponte aṣ-Ṣirāt.


Tornato infine sulla terra, tenta invano di convincere i suoi concittadini Meccani sulla verità della sua visione, che per suo invito trascrivono e autenticano i suoi fidi Abū Bekr e Ibn ' Abbās.

La materia relativa era già quasi per intero nota in sparse analoghe fonti, ma l'importanza di questo testo sta nel presentarcela tutta in una continuata narrazione, e soprattutto nella sua trasmigrazione dalla Spagna araba all'Occidente cristiano.


Le versioni del Libro della Scala, sia quella castigliana (già citata in altra opera dallo stesso Alfonso il Savio, e poi dallo scrittore catalano trecentista Francesco Ximenez e dal famoso cardinale Giovanni Torquemada), sia le due conservateci in latino e in francese, varcarono infatti presto i Pirenei: e l'operetta escatologica araba, attribuita a Maometto stesso, appare conosciuta e citata col suo titolo (" il libro suo [di Maometto] che Scala ha nome ") alla metà del Trecento da Fazio degli Uberti nel Dittamondo, nel secolo seguente da Pio II (Enea Silvio Piccolomini) e dal francescano Roberto Caracciolo nello Specchio della fede, e nel Cinquecento da Alfonso Spina; da Angelo Piantini; dal Bibliander; da Guillaume Postel; da Antonio Torquemada e Celio Malespini e infine dai fratelli De Bry.



Si verificava così per la prima volta l'ipotesi già avanzata da M. Asín Palacios, a fondamento della sua tesi sugl'influssi dell'escatologia musulmana nella Commedia, di un testo arabo giunto per documentata trafila di versioni all'ambiente e all'età di Dante.


La conoscenza delLibro della Scala da parte del poeta appare ora, se non certa, probabile; ma sulla misura e il valore delle suggestioni che tale testo può avergli fornito per la sua visione d'oltretomba, restano assai discordi i pareri: il suo maggiore e più prudente studioso, il Cerulli, considera tale possibile influsso solo come concorrente e secondario alle principali fonti d'ispirazione del poeta, latine e cristiane.


Fonte Enciclopedia Treccani

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ISRA' E MI'RAJ

Con le parole arabe isrāʾ e miʿrāj (arabo: إسراء ومعراج‎) ci si riferisce rispettivamente a un miracoloso viaggio notturno del profeta Maometto in sella a Buraq (isrāʾ) e della sua successiva ascesa al Cielo (miʿrāj), con la visione delle pene infernali e delle delizie paradisiache riservate a dannati e beati, fino alla finale ascesa e accostamento ad Allah, con relativa Sua "visione beatifica", impossibile agli occhi di qualsiasi uomo per l'infinità che è uno degli attributi divini.

L'esperienza è narrata dal Corano nelle sure XVII:1, LIII:1-12 e LXXXI:19-25.



IL RACCONTO


Il racconto fu fatto da Maometto una mattina dopo aver trascorso la nottata, ospite nella casa di Mecca della cugina Umm Hāniʾ, che in gioventù era stata promessa a Maometto per contrarre il tradizionale "matrimonio preferenziale".

L'ambiguità del resoconto della straordinaria esperienza narrata non fece capire ai testimoni presenti se il profeta si stesse riferendo a una sua esperienza reale o a una di tipo mistico.

Per lungo tempo (due secoli quasi) l'ambiguità non si dissolse e non mancarono esimi studiosi di "scienze islamiche" (l'esegeta coranico e storico Tabari ad esempio, ma anche il tradizionista Bukhari) che pensarono che la narrazione avesse un significato prettamente esoterico e che fosse quindi una "visione" ( ruʾya ) da interpretare.


Prevalse però l'opinione contraria e, a tutt'oggi, l'Islam si riferisce a quell'esperienza come a un fatto realmente accaduto.



ISRA'


Maometto sarebbe stato svegliato da un angelo e trasportato nel corso d'una sola notte (da qui il termine isrāʾ) "dal Tempio Santo al Tempio Ultimo", identificati poi nella Kaʿba della Mecca e nella Spianata del Tempio di Gerusalemme (dove, in effetti, fu poi costruita la moschea detta al-Aqṣā, cioè "Ultima").

Questo sarebbe stato possibile grazie a una fantastica cavalcatura volante, Burāq, dal volto umano femminile, dal corpo a metà strada fra il mulo e l'asino, dalle lunghe orecchie e dal lungo dorso.


In particolare il versetto 1 della sura XVII (la Sura del Viaggio notturno) dice:

« Gloria a Colui che rapì di notte il Suo servo dal Tempio Santo al Tempio Ultimo, dai benedetti precinti, per mostrargli dei Nostri Segni. In verità Egli è l'Ascoltante, il Veggente. »
(Traduzione di Alessandro Bausani).



MI'RAJ


Nella seconda esperienza Maometto, partito dal "Tempio Ultimo", avrebbe sorvolato il baratro infernale, assistendo alle pene decisamente corporali (fiamme e dolori fisici) inflitti ai dannati in funzione del loro peccato commesso sulla terra, secondo un'anticipazione del cosiddetto "contrappasso" dantesco.

In seguito Maometto avrebbe asceso i sette Cieli, in ognuno dei quali avrebbe incontrato un profeta che l'aveva preceduto nel mondo per l'identica missione salvifica del genere umano: Adamo fu il primo, seguito da Yaḥyà (Giovanni Battista) e da ʿĪsā (Gesù), da Yūsuf (Giuseppe) nel terzo Cielo, da Idrīs (Enoch ?), da Hārūn (Aronne) nel quinto, da Mūsā (Mosè) nel sesto Cielo e da Ibrāhīm (Abramo) nell'ultimo.


Maometto venne ammesso infine al supremo cospetto divino, alla distanza di "due archi e meno ancora" (fa-kāna qāba qawsayni aw adnà), con ciò realizzando (per volere insondabile di Dio) l'impresa impossibile agli uomini di vedere con i limitati occhi terreni, l'infinità della Sua Maestà.

Quest'ultima esperienza sarebbe per definizione sovrasensibile e impossibile in vita agli uomini, che hanno sensi del tutto limitati e che, comunque, non possono sopportare la Potenza divina, tanto da essere permessa da Dio all'uomo solo una volta morto allorché questi verrebbe dotato di particolari sensi, che sopravanzerebbero di molto quelli terreni.


Il miracolo voluto da Dio (che, essendo Onnipotente, non conosce limiti alla Sua Volontà) sarebbe proprio quello di aver permesso al Suo profeta ultimo qualcosa di straordinario ma l'ineffabilità della visione non rende possibile che questa possa essere razionalmente descritta e immaginata, sì da costringere a espressioni dalle forti coloriture poetiche e simboliche.


Il settimo cielo, dove Maometto contemplerebbe la Maestà divina, presso la "sidrat al-Muntahà ʿinda-hā jannatu l-Māʾwà ("il loto di al-Muntahà presso il quale è il Giardino di al-Māʾwà"), è chiaramente un'espressione mistica sulla quale, infatti, non pochi sufi a lungo e profondamente discetteranno.



INFLUENZE NELLA LETTERATURA


La narrazione si diffuse ovviamente in tutto il mondo islamico.

In al-Andalus, di essa vennero a conoscenza anche gli ambienti cristiani dei Mozarabi, che ne riprodussero presto versioni negli idiomi volgari proto-spagnoli, chiamandoli libri "della Scala" (nel senso di "scalata" al Cielo).

Da qui trasse origine una vastissima letteratura nelle altre lingue neo-latine, germaniche e slave.



La struttura topografico-concettuale dell'Inferno e del Paradiso ha quasi certamente influenzato la Divina Commedia dantesca.

L'ipotesi, affacciata per la prima volta dallo studioso gesuita Miguel Asín Palacios, generò una feroce polemica fra vari studiosi, per lo più (ma non solo) dantisti, espressi in margine alle celebrazioni del VI centenario dantista.


Essi rifiutarono per lo più aprioristicamente qualsiasi possibile "contaminazione" islamica del capolavoro di Dante, mentre gli islamisti, sia pure in modo altalenante, senza mettere in alcun modo in discussione l'originalità poetica e ideologica della Divina Commedia, accettarono una simile contaminazione, alla luce del fatto che l'Alighieri, da uomo di grande e vivace cultura, non poteva ignorare il contenuto di alcune fra le tante versioni dei Libri della Scala redatte in lingue volgari.


Nel secondo dopoguerra Enrico Cerulli, già Governatore d'Etiopia e in età più avanzata Presidente dell'Accademia Nazionale dei Lincei, in due lavori di censimento e collazione della letteratura europea riguardante i Libri della Scala, ha potuto ricostruire i numerosi tramiti percorsi dalle versioni romanze dei vari "Libri della Scala" in tutta Europa e attestare in particolare l'esistenza, proprio all'epoca di Dante, di una versione in latino, approntata dal notaio Bonaventura da Siena, opera della quale un intellettuale acuto e curioso come Dante non poteva essere all'oscuro, quand'anche non fosse approdata nella loro comune terra toscana. Non trascurabile poi il fatto che Messer Brunetto Latini, uno dei maestri di Dante (ricordato nel suo stesso capolavoro,. sia pure nell'Inferno), si fosse recato per qualche mese nel 1260 presso la corte di Alfonso X el Sabio, re di Castiglia e di León, in rappresentanza della Repubblica fiorentina.


Sembrerebbe implausibile che l'autore de Il Tesoretto non avesse portato con sé, al suo ritorno in patria, materiale su questo genere letterario grandemente diffuso in terra spagnola, di cui già parlava ad esempio nel suo Dittamondo Fazio degli Uberti.


Fonte:  http://it.wikipedia.org/wiki/Isra'_e_Mi'raj

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DANTE ESOTERICO




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Anche l’esperienza di Giacobbe che sale nella “scala” durante un sogno, oltre alla vicenda del profeta Elia che fu “rapito” da un carro di fuoco nel cielo, o addirittura il racconto di Enoch nell’apocrifo Libro di Enoch, sono assimilabili alle vicende mistiche dell’ascesa spirituale verso i mondi superiori.

Non si tratta quindi di esperienze di natura ufologica, come riportano, invece, i Teorici degli antichi astronauti, ma bensì di esperienze mistiche di natura spiritualista.


“Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa”.
(GENESI 28:12)


“Quand’ecco un carro di fuoco e dei cavalli di fuoco che li separarono l’uno dall’altro, ed ecco Elia salì al cielo in un turbine”.
(2 RE 2:11)


Stesso discorso esoterico verso l’ascesa ai mondi superiori vale anche, se pur in modo diverso, per Gesù, simbolo dell’uomo Divino pienamente realizzato, che nel Vangelo dichiara agli apostoli le seguenti parole:

“Di nuovo Gesù disse loro: “Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire”.
Dicevano allora i Giudei: “Forse si ucciderà, dal momento che dice: Dove vado io, voi non potete venire?”.
E diceva loro: “Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo”.
(GIOVANNI 8:21-23)


Il viaggio notturno di Maometto, come la Mekavah o il “Carro” di Dio della tradizione cabalistica, non deve essere inteso come una sorta di U.F.O., nel senso di oggetto volante non identificato, come invece la Paleoastronautica insiste da sempre sul discorso inerente al "Carro" divino, ma come un qualcosa di spirituale non comprensibile e non misurabile con gli strumenti mondani, pur restando realmente un “mezzo” straordinario di natura eterica, o se preferiamo di un' estensione del corpo sottile, che non è di questo mondo.


E’ necessario uno sforzo in più per comprendere il “disegno” di Dio nei testi sacri.
Troppo semplice ed errato, infatti, prendere i testi sacri solo con la chiave letterale.

A mio avviso queste tecniche mistiche presenti nei testi cabalistici, e vive peraltro anche nel Sufismo, come abbiamo potuto vedere nel racconto del "libro della scala", oltre che in alcune scuole iniziatiche, che insegnano a costituirsi il “corpo di luce” per ascendere nei mondi o regni superiori, sono la prova che la Mer-Ka-Ba o Merkavah non deve essere collocata nell’universo New Age, anzi, essa, proprio perché menzionata in differenti testi sacri e in moltissime culture, diverse ma non separate tra loro, deve essere riscoperta nell’intimo di ogni ricercatore; tali insegnamenti, a nostro avviso, ci dicono velatamente che uno dei fini ultimi dell’essere umano è sempre stato quello di divenire “'Uomo Nuovo" (Novello Adamo) attraverso la costituzione del "Corpo di Gloria”.


Michele Perrotta.


Per maggiori info: http://lamisticadellanima.blogspot.it/2014/01/il-segreto-di-dante-e-le-quattro-chiavi.html

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MICHELE P.