Misticismo - Esoterismo

La Rosa come Simbolo dell'Anima in evoluzione.

La Mistica dell'Anima - Il Nettare della Rosa

La Mistica dell'Anima - Il Nettare della Rosa
Dio, Teologia, Misticismo, Filosofia, Gnosi, Esoterismo.

martedì 28 gennaio 2014

LA DONNA ANGELO DEI FEDELI D’AMORE E IL SEGRETO DELLA COSTELLAZIONE DEL CIGNO di Michele Perrotta












Espongo in  questo post l'intero paragrafo tratto dal secondo volume del mio saggio La Bibbia Rivelata Vol.2 - Il Corpo di Luce e il Segreto del Fiore della vita:




LA DONNA ANGELO DEI FEDELI D’AMORE E IL SEGRETO DELLA COSTELLAZIONE DEL CIGNO 








...La Beatrice menzionata nella Divina Commedia, per quanto se ne dica, non e Beatrice Portinari (1266-1290), figura storica, figlia di Folco Portinari, che a detta di molti studiosi sarebbe stata l’amata di Dante.












Come tutte le donne dei Fedeli d’Amore, Beatrice e un simulacro della Santa Sapienza e dell’energia femminile combattuta e perseguitata dai poteri forti del passato.






Su questa magnifica figura se ne sono dette molte; interessante e la teoria secondo la quale la Beatrice presente nel Poema di Dante in realtà rappresenterebbe la filosofia pitagorica tanto cara al Sommo Poeta e ai suoi confratelli.

A nostro avviso, nonostante l’enorme influenza del pensiero di Pitagora su Dante, Beatrice rappresenterebbe in realtà un’espressione simbolica di Shakti, la divina potenza femminile latente, energia che risiede nell’uomo sotto forma di Kundalinī.


Questa energia, secondo le filosofie orientali, sarebbe la sola capace di condurre lo yogi, come la stessa Beatrice nella “Commedia” con Dante, in “Paradiso”, nell’ascesi mistica, attraverso il suo “speciale” incontro o unione (Sizigia).

Sarebbe in questa sede, o dimensione, denominata anche “gloriosa città di Dio”, che secondo i Rosa+Croce proverrebbe un simbolo potentissimo legato alla salvezza: Elia Artista.


Tornando al simbolismo della donna amata dal Sommo Poeta, è lo stesso Dante che nella Vita Nova (I, 2) ci rivela come gli uomini comuni hanno totalmente frainteso chi e cosa fosse in realtà Beatrice:

“Gloriosa donna della mia mente … fu chiamata da molti Beatrice, li quali non sapevano che sì chiamare” (non sapevano di cosa veramente si trattasse).













Anche da queste parole scritte dall’immenso genio fiorentino e possibile comprendere che la donna-sapienza o donna-angelo dei Fedeli d’Amore sia inequivocabilmente analoga alla potenza divina femminile tanto esaltata nello Shaktismo (“dottrina della Dea”), la stessa che, presso le filosofie orientali, conduce il Siddha nell’ascesi mistica.


Il Paradiso di Dante sarebbe dunque uno stato interiore, una condizione tipica del mistico, capace di far “comunicare” l’Io con i regni superiori spirituali; i suoi “cieli” non sono altro che iniziazioni che lo stesso Dante ha raggiunto e conquistato nel suo cammino, e che ha successivamente tramandato come esperienza diretta sotto forma di allegoria simbolica nella sua immensa opera.

La stessa montagna presente nel Purgatorio sarebbe in realtà l’espressione simbolica della cosiddetta Montagna Sacra che ogni mistico deve con difficolta scalare nel proprio intimo per raggiungere gli orizzonti perduti.

E in questo “luogo” che risiederebbe l’Inviolato, Dio.











Lucifero, intrappolato nel ghiaccio dell’Inferno dantesco, rappresenterebbe, invece, la forza contraria alla dilatazione, ovvero quella forza avversa all’evoluzione del calore del Sole, simbolo associato a Dio, che dona vita alle creature e a tutto il creato.

Il freddo, infatti, contrae e congela tutto il ciclo naturale di una normale evoluzione.

Esso in sostanza blocca ogni forma di vita e simboleggia in questo caso specifico un ostacolo per la crescita spirituale che deve ritornare alla Fonte: al Padre di tutte le cose.


Il Ghiaccio eterno in cui Lucifero e congelato rappresenta inoltre la totale assenza dell’amore di Dio: Satana lontano dalla grazia dell’Altissimo.

Come il buio che esiste grazie all’assenza di Luce.


Nel gergo degli Stilnovisti, infatti, sia il “Vento” che il “Gelo” erano considerati simboli avversi all’Amore.




L’Inferno di Dante resta a tutti gli effetti una rappresentazione simbolica delle viscere del mondo che il mistico e costretto ad affrontare prima di risalire alla Luce, lo stato paradisiaco del sé: si tratta dunque di un’allegoria simbolica di colui che discende agli inferi (nell’ignoranza) per poi vincere la morte attraverso la resurrezione (iniziazione ai misteri, conquista spirituale, trascendenza mistica).


Il conflitto simbolico e dualista tra Fuoco e Ghiaccio venne successivamente ripreso dall’Ariosofia, la dottrina filosofica elaborata da Guido von List (1848 – 1919) che fu abbracciata ed esaltata dai nazisti. Ma questa E un’altra storia.



Tornando al misticismo di Dante, siamo convinti che nei tre Canti della Divina Commedia vi siano analogie con il concetto della tripartizione gnostica.


Gli gnostici, infatti, dividevano il mondo in tre categorie (a tal riguardo consultare la nota n.20 del primo volume).


Il viaggio di Dante nell’Aldilà, come il “rapimento” di Enoch ed Elia, e la visione del Carro Divino (Merkavah) di Ezechiele, sarebbe in realtà una palese allegoria di un percorso mistico che vede, in differenti gradi di elevazione di coscienza, una perenne trascendenza verso le dimensioni superiori del Sè.



Ogni Canto (Inferno, Purgatorio, Paradiso) si chiude con un riferimento alle stelle, come a voler rimarcare il raggiungimento di un traguardo elevato non accessibile a tutti, una sorta di simbologia legata al raggiungimento alchemico del Corpo di Luce che, guarda caso, passa anch’esso per tre stadi: Nigredo-Albedo-Rubedo.


«Salimmo sù, el primo e io secondo, tanto ch’i’ vidi de le cose belle che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo. E quindi uscimmo a riveder le stelle».
(Inferno 34, 136-139)


«Io ritornai da la santissima onda rifatto sì come piante novelle rinnovellate di novella fronda, puro e disposto a salire a le stelle».
(Purgatorio 33, 142-145)


«A l’alta fantasia qui mancò possa; ma già volgeva il mio disio e ‘l velle, sì come rota ch’igualmente è mossa, l’amor che move il sole e l’altre stelle».
(Paradiso 33, 142-145)


A nostro avviso le stelle, oltre a simboleggiare la “retta via” da seguire (“seguire la propria stella”), come peraltro fecero i Magi prima di giungere in Giudea per consacrare il Messia Santo, in termini simbolici rappresentano l’ultimo stadio realizzato del vero sé: il Corpo di Gloria.




Nel linguaggio alchemico, infatti, le stelle indicano una fase alchemica-trasformativa conclusa: sono la rappresentazione simbolica di una trasformazione completa a tutti gli effetti.


Questo processo trasformativo sarebbe inoltre strettamente legato al Fiore della vita, simbolo della creatività divina di cui parleremo più avanti.







Secondo alcune forme di Tantra sarebbe proprio attraverso il medesimo procedimento spirituale che il Corpo sottile prende vita entrando cosi in contatto con gli astri e con il Brahmarandhra.


Il Brahmarandhra, indicato anche come foro del Brahman, e presso gli insegnamenti orientali la residenza dell’anima; e conosciuto anche come decima apertura o porta.

Si dice che quando lo yogi muore e si separa dal corpo fisico il Brahmarandhra si dischiude e il Prana fuoriesce da questo foro, il kapala moksha.


Il Paradiso di Dante potrebbe quindi indicare anche questa perfetta ascesi o “morte mistica”.


Molti di questi concetti erano, a nostro avviso, vivi e ben radicati nella confraternita esoterica di Dante, i Fidelis in Amore, e restano ancora oggi presenti, se pur in modo velato, nei suoi scritti.




I tre stadi iniziatici, essenziali ed esistenziali, presenti nell’esoterismo e nell’alchimia sono i seguenti:


* Passione - Morte - Resurrezione

* Inferno - Purgatorio - Paradiso

* Nigredo - Albedo - Rubedo


Nel mondo gnostico vengono velatamente indicati con i seguenti termini:


* Ilici

* Psichici

* Pneumatici o Pleromatici


L’anima pleromatica, nostalgica dei regni spirituali, attraverso un processo per la realizzazione spirituale, trasformerebbe la propria essenza in Luce, in maniera del tutto simile al piombo che muta in oro nell’Alchimia:


«La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose».
(Filippesi 3:20-21)


«E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo. Per. noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale. Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita”».
(2 Corinzi 4:6-12)



Nella Divina Commedia Dante incarna sostanzialmente il vero Cristiano, il perfetto “Seguace di Cristo”, colui che ritrova se stesso e che, nel nome dell’amore, cerca il perfezionamento del Sè e, di conseguenza, di tutta la società, andando incontro a mille sofferenze e, come il Nazareno “figlio di Davide”, così come anche gli stessi Rosa+Croce che ne ereditarono lo spirito, combattendo in vita il potere costituito del tempo.



Si dice infatti che Dante entrò a far politica in quei tempi bui in cui egli viveva proprio per questo motivo: per portare e trasmettere l’amore e la conoscenza al suo prossimo.


Dante simboleggia a tutti gli effetti l’emblema del perfetto Rosa+Croce, custode dei segreti iniziatici e perfetto devoto dell’amore.


E' per eccellenza l’innamorato di Dio e della Donna-Angelo, la sapienza gnostica , Sophia, l’Anima celeste, la Madonna Intelligenza, la Potenza divina, Shakti (la "bella addormentata", l'energia latente che risiede a livello sottile all'interno dell'uomo).


Dante Alighieri è un mistico perennemente innamorato dell’Eterno, è un perfetto Bhakta, nato sotto la “stella” della benevolenza, “fedele in Amore” per sempre.

“L’amor che move il sole e l’altre stelle” e il cavallo di battaglia di Dante Alighieri che esalta il suo pensiero sul Divino e sul creato.


Questa, infatti, è la forza motrice divina dell’Anima Mundi che muove il Sole e tutti gli altri astri, la sola che può alimentare e condurre alla realizzazione spirituale e di conseguenza a Dio:

L’Amor Divino (Àgape).
















Dante chiama questo Amore anche con il termine di “glorioso sire”(Vita Nova II,22) poiché, a parer nostro, è indubbiamente legato a Dio, il Gran sovrano dell’universo.

La Vita Nuova (Vita Nova), la prima opera di attribuzione certa di Dante, è un richiamo all’iniziazione, a colui che “rinasce”, l’iniziato che sorge a nuova vita.

Sugli astri e le stelle presenti nella Divina Commedia ci sarebbe da dire molto altro ancora.


In alcuni passi del Purgatorio Dante, ad esempio, sembra addirittura accennare alla Costellazione della Croce del Sud (chiamata in astronomia in tal modo per contrastarla alla Croce del Nord), una costellazione visibile solo dall’emisfero australe, impossibile osservarla dall’Europa e dal Medio Oriente ai tempi dell’Alighieri:


«“I’ mi volsi a man destra, e puosi mente a l’altro polo, e vidi quattro stelle. Non viste mai fuor ch’a la prima gente. Goder pareva ‘l ciel di lor fiammelle: oh settentrional vedovo sito, poi che privato sÈ di mirar quelle!”».
(Purgatorio 1, 22-27)








L’accenno a queste stelle, che tra l’altro detengono un simbolismo di interesse particolare per i Rosa+Croce legato al Cigno (più precisamente alla Costellazione del Cigno connessa pero alla Croce del Nord – le due costellazioni rientrano nell’aspetto iniziatico speculare della realtà), ci porta ancora una volta a sostenere che Dante, come molti altri iniziati del suo tempo, era a conoscenza di segreti che gran parte dell’umanità profana ignorava e che, quasi sicuramente, ignora tutt’oggi.


Il Cigno è sostanzialmente legato alla tradizione sacra degli Iperborei, il misterioso popolo dell’estremo nord abitato caro al dio Apollo di cui parleremo più avanti, ed è un simbolo strettamente associato ai popoli nordici tra cui i Normanni e i Celti, oltre che al Templarismo.


Il Cigno, oltre ad essere un importante costellazione settentrionale, viene attraversato dalla Via Lattea e ciò, oltre a costituire una caratteristica che facilita nel distinguerla, gli conferisce uno sfondo costellato da miriadi di puntini luminosi.

Le stelle più brillanti di questa splendida costellazione sono visibili ad occhio nudo e costituiscono l’asterismo che noi conosciamo con il nome di Croce del Nord.

Da non confondersi, come già ricordato, con la Croce del Sud dell’emisfero australe situata sotto le zampe anteriori del Centauro (Alfa Centauri).










La Costellazione del Cigno e dominante e brillante, ed e una costellazione di enormi dimensioni, visibile soprattutto nei cieli notturni dell’estate boreale.


La Via Lattea percorre per intero la Costellazione del Cigno dove sono inoltre visibili molti ammassi aperti e nebulose, oltre alla recente scoperta di un buco nero.

I Maya chiavavano questo luogo sacro Xibalba, l'oltretomba governato da spiriti celesti.


Dalla Costellazione del Cigno, fonte dell’energia cosmica, a detta degli antichi, proverebbero gli impulsi e le potenti energie dell’Anima Mundi che danno vita alle figure che si formano, attraverso la fisica vibrazionale, nella creazione materiale del nostro pianeta riconosciute dalla Geometria sacra.


Questa forza, che attraversa la Via Lattea entrando dal Cigno e uscendo in corrispondenza ad Orione, la costellazione associata nel mito al “Cacciatore” e dagli egizi ad dio Osiride, e assimilabile ad un fascio di energia che da sempre animerebbe la nostra galassia.


Gli egizi stessi indicavano il Nilo, fonte di vita per tutto l’Egitto, come la rappresentazione terrena della Via Lattea da cui in qualche modo le anime giungono sulla terra.

«“…E ignori”, Ermete disse ad Asclepio, “che l’Egitto è la copia del cielo o, per meglio dire, il luogo dove si trasferiscono e si proiettano qui, sulla terra, tutte le operazioni che le forze celesti governano e mettono in opera?
Anzi, per dire tutta la verità, la nostra terra è il tempio del mondo intero”».
(Asclepio, 24)


L’Anima Mundi, associata alla mente e alla mano creativa di Dio, rappresenta sostanzialmente l’insieme delle vibrazioni del cosmo di cui le forme presenti nella Geometria sacra sarebbero una sua conseguenza o manifestazione.

La natura, attraverso l’intensità della materia, decodifica questi impulsi che sottostanno ad una specifica legge numerica e geometrica legata al rapporto aureo.



Le vibrazione presenti nel cosmo consolidano tutta la creazione materiale, dal formarsi degli astri alle conchiglie, o alla stessa nostra struttura del DNA, modellandola a forma di chiocciola o elica (non a caso Kundalinī assume la medesima forma).


Tutto l’universo fisico sarebbe quindi il frutto di questo ciclico e intenso processo creativo di forma spiralica dove lo spirito assumerebbe corpo grazie alla materia.


E' attraverso questo evento che le viventi forme geometriche mutano la loro essenza da semplici impulsi a creature emozionali.

«“Re Osiride possa tu attraversare la Via Lattea, il sinuoso fiume. Possa la vita ultraterrena condurti per mano, là dove è Orione”».
(Inno tratto dai Testi delle Piramidi)


Questa conoscenza, sempre stando a ciò che tramandano gli antichi, era in passato disponibile a tutti, in ogni cultura, prima dell’avvento degli impianti fideistici e dei dogmi (verità imposte) delle varie religioni.


Da allora questo sapere “esoterico”, come un tesoro che doveva essere tenuto nascosto, venne gelosamente custodito dalle confraternite iniziatiche.

Ed è questa la “potenza divina” che tutto crea e tutto muove (“move il sole e l’altre stelle”) che in passato gli iniziati indicavano e al tempo stesso celavano nei loro lavori.


“A le stesse leggi obbediscono le onde sia de l’acqua sia del suono e della Luce”.
(Leonardo da Vinci)



L’interpretazione medievale sulla creazione e sulle vibrazioni sonore dell’Armonia cosmica si rifà alla triade sapienziale secondo cui Dio avrebbe creato l’universo attraverso la medesima legge basata su numero (aritmetica), misura (geometria) e peso (musica e/o “Armonia delle sfere”).


Secondo questa credenza Dio risulterebbe essere il grande architetto, geometra, e musico supremo di tutta la creazione.


Questi segreti che sono alla base della creazione, oltre ad essere rappresentati nei dipinti e nelle varie raffigurazioni presenti in diverse parti del globo, sono celati in molti testi sacri.











Il Salmo di Davide, artista e musicista di Dio per eccellenza, conferma la magnificenza del Creatore e del creato con le seguenti parole:

«“I cieli narrano la gloria di Dio e il firmamento annunzia l’opera Sua”».
(Salmo 19:2)


La maestosa Costellazione del Cigno, “sorgente del Paradiso”, comprende anche una Nebulosa di importante valore simbolico, quella del Pellicano, in passato ritenuta anch’essa una costellazione, legata alla tradizione atlantidea, come ci conferma un’antica marca templare.


Il simbolo del Pellicano è indiscutibilmente legato ai Rosa+Croce, ordine collaterale ai Cavalieri Templari, per la medesima ragione (rimandiamo al paragrafo "L’origine della Radix Davidis, la stirpe di Giuda e il simbolismo del Pellicano e della Rosa" presente nel primo nostro volume).


Tutti questi segreti legati agli astri, al cosmo, e alla cosmogonia della vita terrestre erano molto intensi durante il Rinascimento, soprattutto negli ambienti iniziatici, grazie al neoplatonismo, ai Classici della filosofia greco-romana, e agli scritti attribuiti ad Ermete Trismegisto, tutti sbocciati nuovamente nel cuore di Firenze durante quel magnifico periodo storico.




Anche di questo parleremo dettagliatamente più avanti.



















L’Ordine dei Cavalieri Templari fu eloquentemente associato alla figura simbolica del Cigno; secondo la leggenda, Goffredo di Buglione (1060-1100), soprannominato “Cavaliere del Cigno”, sarebbe stato il figlio del re Helias, uno dei tre figli della regina Bietris, tramutati, per salvare loro la vita, in cigni.



Secondo questa leggenda fu lo stesso Goffredo di Buglione a concedere ai nove cavalieri di fondare l’Ordine del Tempio: i Templari.


La leggenda medievale del Cavaliere del Cigno è improntata soprattutto su un salvatore che arriva su una barca a forma di cigno per difendere una damigella.

Anche lo stemma dell’Ordine dei Cistercensi di Bernardo di Chiaravalle raffigura una Cicogna, emblema equivalente al Cigno e alla medesima Tradizione.


La Costellazione del Cigno fu sin dall’antichità di fondamentale importanza per i nostri antenati.


Oggi vi sarebbe la credenza secondo cui in ogni parte del mondo differenti centri di culto furono indirizzati verso il cielo del nord e ognuno di questi intendeva “leggere” i segni della Costellazione del Cigno.

In questa costellazione splende la stella Deneb, situata sullo sfondo della Via Lattea e, secondo alcuni studiosi contemporanei, considerata la stella polare in un’era antica.



La venerazione di questo “uccello celestiale” associato al “getto di Luce cosmico” che attraversa la Via Lattea e che sarebbe alla base della nostra stessa esistenza, sarebbe presente in tutto il mondo, a partire dai differenti racconti narrati nei miti, alle diverse raffigurazioni presenti nelle caverne dell’Europa occidentale, oltre che nei dipinti e nella letteratura rinascimentale propria degli iniziati tra cui i resoconti e i vari siti templari recentemente scoperti in diverse zone del pianeta.


La mitologia greca ci narra che Zeus si tramutò in un cigno per sedurre Leda, l’affascinante regina di Sparta, figlia di Testio, moglie di Tindaro e madre di Clitennestra, che fu poi moglie di Agamennone, di Egisto, ed Elena, colei che per la sua bellezza fece scatenare la mitica guerra di Troia.

Dalla loro unione venne alla luce un Uovo che diede a sua volta vita a due gemelli, i Dioscuri: Castore, gran domatore di cavalli, e Polluce, invincibile lottatore.


















Anche Brahma, il dio creatore e architetto dell’universo, secondo le Scritture indù, cavalcava questo animale sacro: Hamsa, il “Cigno”.



L’Hamsa è l’uccello spirituale nato dall’ “Uovo cosmico” ed è l’archetipo dell’anima individuale che migra da un’esistenza all’altra, ma e anche il simbolo dell’energia creatrice di cui il dio Brahma stesso ne è uno dei principali artefici.









Anche Sarasvatī, “dea del sapere” e moglie di Brahma, viene raffigurata seduta sopra un Cigno, rimarcando la simbologia associata, alla stessa maniera di Shakti o della Donna Angelo dei Fedeli d’Amore, alla divina energia femminile.


Lo stesso l’Apollo Iperboreo cavalcava un Cigno secondo il mito.


“Leda col Cigno”, e con esso tutto il simbolismo inerente al ciclo cosmico della vita, è raffigurato in uno splendido dipinto di Leonardo da Vinci databile al 1505-1510 circa.


Il Cygnus, l’Aquila e la Lira sono le tre costellazioni, delle 48 elencate dall’astrologo, astronomo e geografo greco Tolomeo (100-175ca d.C.), che costituiscono il cosiddetto “Triangolo Estivo”, un vero e proprio triangolo rettangolo i cui vertici sono segnati dalle tre stelle più luminose di ciascuna costellazione (Deneb, Altair e Vega).


La Costellazione della Lira nel mondo antico veniva associata a Orfeo, l’artista per eccellenza del mondo greco antico che incarna lo “sciamano” e, come il Re musico Davide nella Bibbia, i valori eterni del rapporto continuo tra l’umano e il Divino.









L’Aquila, invece, nel gergo dei Fedeli d’Amore, era un simbolo associato all’Impero spalleggiato dai Ghibellini di cui Dante ne fu in qualche modo “seguace” in quanto “Guelfo bianco”.


Tornando al simbolismo del Cigno, vettore di potenti archetipi, secondo la leggenda, e questo vale anche per chi raggiunge l’elevato grado spirituale di Rosa+ Croce, questo animale percepirebbe l’avvicinarsi della morte e perciò si narra che egli, conficcandosi una penna nel cervello, “canta” prima della sua dipartita.


Il Cigno canterebbe per festeggiare la sua libertà poiché la sua vera essenza, una volta morto il corpo fisico, sarebbe cosi svincolata dal mondo materiale e farebbe ritorno nel regno della Luce.


Diversi poeti e filosofi greci, tra cui anche lo stesso Aristotele (384aC.-322a.C.), hanno fatto menzione al cosiddetto “Canto del Cigno” dandogli un elevato valore simbolico.



Brunetto Latini (1220-1295), scrittore, poeta e politico, che nella Divina Commedia Dante colloca all’Inferno nel VII cerchio, quello dei sodomiti, nel suo Libro dei Tesori (Livres dou tresor) descrive così gli ultimi momenti del Cigno:

“Una delle penne del capo si conficca nel suo cervello, ed egli dunque ha percepito la sua morte, ed allora comincia a cantare così dolcemente che meraviglia è udire, e cantando così finisce la sua vita”.
(Il Cigno – Libro dei Tesori; Libro I, CLXIII).


Platone nel Fedone dichiara invece quanto segue:

“Gli uomini, riferisce il filosofo greco, mentono anche sui cigni e sostengono che essi, prima di morire, cantino per il dolore. …Ma nessun altro uccello se ha fame, freddo o altro inconveniente esprime col canto la sua sofferenza. …I cigni, sacri ad Apollo, al termine dei loro giorni, prevedendo il bene che troveranno nel ricongiungersi al loro dio, si rallegrano.
Allo stesso modo Socrate, compagno di servitù dei cigni e non meno di essi indovino, gioisce. Egli è certo che, nel momento in cui la sua anima si sarà liberata dalle catene del corpo, potrà finalmente ritornare alla vera luce”.
(Fedone 85 a-b)












Il mito del ciclo cosmico sulla creazione divina Giordano Bruno lo narra cosi:

«“Quel dio che scuote il folgore sonoro, Asterie vedde furtivo aquilone, Fu di Cadmo a le suore bianco toro, A Leda cigno, a Dolide dragone: Io per l’altezza de l’oggetto mio Da suggetto più vil dovegno un dio. …Ed io, mercé d’amore, Mi cangio in dio da cosa inferiore ”».
(De gli Eroici furori - Giordano Bruno)


Sin dall’antichità questo animale ha in qualche modo conservato e trasmesso un potente messaggio archetipico che esalta il ciclo cosmico dell’esistenza: nascita, morte e rinascita.


Oggi è l’inglese Andrew Collins, scrittore e ricercatore eterodosso che indaga sui vari misteri archeologici, ad investigare sull’arcano mistero e mito siderale (relativo agli astri) della Costellazione del Cigno che, come abbiamo visto, sin dai tempi antichi richiama l’attenzione dell’uomo.

Collins addirittura sostiene che le tre piramidi presenti sulla piana di Giza non sarebbero state costruite a guisa de le tre stelle che formano la Cintura di Orione, ma delle tre stelle che formano il braccio orizzontale della Croce del Nord, cioè le ali nel Cygnus.




Il Cigno è inoltre un simbolo connesso a Pitagora, considerato non a caso “figlio di Apollo”, e nel mondo giudeo-cristiano e un simbolo legato alla figura di Davide, l’orante di Dio, poiché spesso viene rappresentato con la Lira, lo strumento musicale suonato anche dal dio Orfeo.




Anche il Cristo viene accostato al simbolismo del Cigno proprio perché esso è emblema dell’ascensione al Regno celeste.


A quanto pare, la Musica delle sfere, sembrerebbe essere la vera e sola melodia intonata dal “Canto del Cigno”, espressione armonica e simbolica dell’Anima Mundi; questa vibrazione sonora, pensante e creatrice, emigra in questo universo materiale dal Cygnus per volare in ogni luogo generando vita attraverso le intense vibrazioni che producono a loro volta vari segmenti aurei nelle differenti figure presenti nella creazione.









Il Cigno, come il Pellicano, la Cicogna e il Pesce, sono tutti simboli associati alla “rinascita” e alla Resurrezione, legata, a sua volta, all’emblema dello Iēsoùs Christòs Theoù Yiòs Sōtèr:

“Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore” (Ichthys).











La stessa Croce del Nord, presente nel Cygnus, è la rappresentazione simbolica e celeste della croce terrena in cui e morto Gesù, ed essa, è molto probabile, che fosse ritenuta dagli iniziati durante il Rinascimento un potentissimo simbolo connesso all’elevazione spirituale proprio per ciò che evoca sia a livello astronomico che a livello esoterico.


[nota - Il Giovanni dipinto da Leonardo che con l’indice della mano destra  indica l’alto, il trascendente, e nella mano sinistra tiene una croce, a nostro avviso, indicherebbe la Croce del Nord, l’asterismo delle stelle più luminose presenti nella Costellazione del Cigno - la figura di San Giovanni Battista è infatti estremamente connessa in maniera inequivocabile al culto segreto dei Templari di cui Leonardo conosceva certi aspetti]



Il Pesce rimanda inoltre all’Era dei pesci in cui visse Gesù e in cui furono redatti i Vangeli, gli stessi che sopravvivono ancora oggi nell’era attuale: l’Acquario.











Il Pesce, infatti, come la vera Tradizione, non può affogare: sopravvive anche nelle torbide acque prodotte dalla New Age: l’Acquario.




La tradizione sacra degli Iperborei, come quella degli Atlantidei, sarebbe centrata, come il simbolismo stesso di Cristo, sulla rinascita e sulla trasmutazione dell’uomo semplice in uomo solare e divino, allegoria del Corpo Glorioso: il Corpo di Luce.




Questo sarebbe in sostanza il segreto alchemico e trasformativo del Cigno e del Pellicano legato alla divina creazione e al Fiore della vita.


Di questo principio archetipico legato ai misteri del Fiore della vita, al numero aureo, alla condizione edenica del sé, e all’Androginia spirituale, ne parleremo più dettagliatamente al termine di questa nostra ricerca.


Il termine “Mythos” (“Mito”) significa “parola”, “discorso”, “racconto”, “favola”, e nel pensiero filosofico questo termine indica, sin dall’antichità, il racconto straordinario, associato alla “conoscenza nascosta”, che non prevede una dimostrazione storica o scientifica ed e per questo in qualche modo contrapposto al Logos a cui si associa invece l’argomentazione razionale.


Le verità inerenti all’Anima Mundi, alla Costellazione del Cigno, e al “Cacciatore” Orione, come quelle associate agli “uomini divini”, come anche la leggenda sull’Elias Artista, anche se non sono accettate scientificamente, sono tra le più maestose verità celate all’interno dei cosiddetti “Miti”.















Tutte queste immortali storie, simili a delle “favole”, raccontano all’umanità determinate verità; verità essenziali per l’evoluzione stessa e per il perfezionamento del sé.

All’interno di questi racconti è inequivocabilmente nascosto il segreto divino della creazione del Macrocosmo e del Microcosmo.

Su queste affascinanti tematiche torneremo a far luce alla fine di questa nostra ricerca. 


Continua…


La Bibbia Rivelata Vol.1 - Iniziazione al linguaggio esoterico della Sacra Scrittura:
https://www.ibs.it/bibbia-rivelata-vol-1-iniziazione-libro-michele-perrotta/e/9788897286219

La Bibbia Rivelata Vol.2 - Il Corpo di Luce e il Segreto del Fiore della Vita:
https://www.ibs.it/bibbia-rivelata-vol-2-libro-michele-perrotta/e/9788897286240


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MICHELE P.