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giovedì 23 gennaio 2014

LA SETTA DEGLI ASSASSINI - GLI ḤASHīSHIYYA










Assassini (prob. dall’ar. Ḥashīshiyya «dediti all’hashish») Appellativo dato dai crociati a una setta musulmana derivata dall’ismailismo, con cui essi vennero a contatto nei secc. 12° e 13°.

Dalla loro base nella rocca di Alamut, presso Qazwin in Persia, gli Assassini seminarono il terrore fra le file sia musulmane sia franche, in Siria, Palestina e Iran, prima di soccombere all’avanzata dei mongoli alla metà del sec. 13°.


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ASSASSINI

Nome usato nell'Europa cristiana (le più antiche testimonianze se ne hanno in Francia nel sec. XII) per designare i seguaci del "Vecchio della montagna", misterioso personaggio vivente in un castello inaccessibile tra le montagne di Siria, circondato da uno stuolo di fedeli fanatici, che egli, dopo averli inebriati con una bevanda aromatica, introduceva in giardini e sale piene di delizie, dando loro a credere di trovarsi nel paradiso e poi, addormentatili con la stessa bevanda, faceva metter fuori dal suo castello, dicendo loro che, se volevano riacquistare il paradiso perduto, dovevano sacrificare la vita in qualunque impresa egli avesse loro comandata: resili per tal modo schiavi del suo volere, li impiegava a uccidere a tradimento i suoi nemici.


La più completa notizia del Vecchio della montagna e dei suoi Assassini (di cui è frequente menzione in testi relativi alla storia delle Crociate) si ha in Marco Polo (ed. Benedetto, capp. XLI-XLIII), dove la grafia più sicura è asciscin; altri testi medievali dànno le forme assacis, chazisii, ecc.

Più tardi la parola assassino ha assunto il significato generico di omicida, e come tale si trova già in Dante (Inf., XIX, 50).


Le fonti orientali (arabe, persiane e anche cinesi) dànno luce su questi racconti e illustrano il carattere e la storia degli Assassini.

Si tratta di una diramazione degli eretici musulmani Sciiti detti Isma‛īliyyah (v.), della quale fu iniziatore il persiano al-Ḥasan ibn as-Sabbāh (aṣ-Ṣabbāḥ è propriamente il nome di un suo antenato, non di suo padre), agente della propaganda dei Fāṭimidi di Egitto.


Recatosi per ragioni del suo ufficio in Egitto, ne ritornò partigiano convinto di Nizār, pretendente alla successione all'imāmato contro il fratello al-Musta‛lī (v. fāṭimidi), e si fece propagatore in oriente delle pretese di lui, divenendo nel 500 ègira (1107 d. C.) gran maestro degli Ismā‛īliyyah di Persia.

Fin dal 483 èg. (1090 d. C.) egli si era impadronito di Alamūt, fortezza in posizione formidabile a NE di Qazwīn, che divenne il centro della sua potenza, e, conquistati poi altri luoghi forti in Persia e nella Mesopotamia e Siria settentrionali, organizzò saldamente la setta, combattendo con successo i sovrani musulmani ortodossi, specialmente i Selgiuchidi.



I seguaci di al-Ḥasan ibn aṣ-Ṣabbāḥ e dei suoi successori sono chiamati dagli autori musulmani con varî nomi: Ismā‛īliyyah, il nome generico dell'eresia cui appartenevano, Nizāriyyah, dal fāṭimita Nizār in cui credevano, Bāṭinīyyah (v.), che anch'esso è nome generico degli Sciiti credenti in una dottrina esoterica (bāṭin), Fidāwiyyah, "coloro che dànno la vita in riscatto (fidā) della propria anima", Malāḥidah, plurale di mulḥid "eretico".

Rarissimo (se ne conoscono pochissimi esempî) è l'uso del nome Ḥashīshiyyah (di cui Ḥasīshiyyīn è variante non attestata, ma linguisticamente ammissibile), che allude all'uso del ḥashīsh (canapa, cannabis indica) come sostanza inebriante atta a produrre gli effetti, analoghi a quelli dell'oppio, che si è detto essere serviti al Vecchio della montagna per fingere ai suoi fedeli le gioie del paradiso.

Questo nome, che dovette essere usato popolarmente e che, nell'uso letterario, ha dato origine al vocabolo europeo Assassini, mentre il nome di "Vecchio" deriva da un equivoco sul significato dell'arabo shaikh "vecchio" e "capo".


Del resto le fonti orientali stesse riferiscono il racconto dell'inebriamento e citano altresì, a prova del potere assoluto che il capo degli Assassini aveva sui suoi seguaci, l'aneddoto di alcuni fra essi che si gettavano a un suo cenno dall'alto delle mura della fortezza sfracellandosi sulle rupi sottostanti; aneddoto che è narrato anche dal Novellino (Nov. C) in relazione con una pretesa visita dell'imperatore Federico al Vecchio della montagna.

L'assassinio per fini politico-religiosi era comunemente ammesso nella dottrina degli Ismā‛īlīyyah, né deve stupire il riscontrarlo tra i seguaci di al-Ḥasan ibn al-Ṣabbāḥ: una delle prime e più illustri vittime ne fu il celebre ministro dei Selgiuchidi, Niźām al-Mulk (v.) e altri omicidî seguirono più tardi con impressionante frequenza.


I Selgiuchidi, specialmente Malik Shāh e suo figlio Muḥammad, cercarono invano di snidare gli Assassini dalle loro ben munite fortezze.

Al-Ḥasan morì nel 518 èg. (1124 d. C.); uno dei suoi successori, al-Ḥasan II (557-561 èg., 1162-1166 d. C.), si arrogò la dignità di imām, pretendendo di essere discendente di Nizār e accentuando così il distacco della setta dal resto degli Ismā‛īliyyah. Ma al-Ḥasan III (607-618 èg., 1210-20 d. C.), non solo non riconobbe siffatta innovazione, ma inclinò verso l'ortodossia sunnita, acquistandosi il soprannome di Naw-muslimān ("neo-musulmano", in persiano).


Nel frattempo l'autorità dei capi della setta andava indebolendosi a causa di discordie interne, che andarono accrescendosi sotto il figlio e successore di al-Ḥasan III, ‛Alā' ad-dīn (Aladino, 618-653 èg., 1220-1255 d. C.: è colui che è menzionato da Marco Polo).

L'ultimo capo, Rukn ad-dīn, non fu in grado di resistere all'impeto dei Mongoli, il cui khān Hūlāgū espugnò Alamūt nel 654 èg., (1256 d. C.), e, fatto prigioniero Rukn ad-dīn, lo fece mettere a morte.

Il ramo degli Assassini stabilito in Siria era anch'esso padrone di diverse fortezze (se ne veda l'elenco in Gaudefroy de Demombynes, La Syrie à l'époque des Mamelouks, Parigi 1923, pp. 114-116), di cui le principali erano Bāniyās, al-Khawābī, Maṣyāf, Qadmūs, ed estese contemporaneamente il suo dominio anche per alcune citta (Aleppo, Apamea, Amida): nelle lotte tra i crociati e i musulmani gli Assassini parteggiavano volta a volta per questi e per quelli, ed ebbero parte notevole negli avvenimenti della prima metà del sec. XI, sotto il gran maestro Rashīd ad-Dīn Sinān.


Anche in Siria essi non mancarono di esercitare la loro attività omicida contro principi e personaggi insigni; Corrado di Monferrato, principe di Tiro, e Raimondo I, conte di Tripoli, caddero sotto i colpi dei loro sicarî; lo stesso Saladino sfuggì solo per caso a un attentato.

La caduta degli Assassini di Persia portò con sé anche quella dei loro correligionarî di Siria: alcune fortezze furono espugnate dai Mongoli, ma, ricacciati questi dai Mamelucchi d'Egitto, gli Assassini le rioccuparono.

Tuttavia il sultano Baibars (v.), restauratore della dominazione egiziana in Siria, voltosi contro di essi, riuscì a sottometterli definitivamente (671 èg., 1273 d. C.); si dice che egli prendesse poi al servizio alcuni di questi fanatici per valersene contro i proprî nemici.

Comunque sia, la potenza politica degli Assassini non risorse più, e gli avanzi di questi settarî si confusero con il resto degli Ismā‛īliyyah.


Le dottrine teologico-politiche degli Assassini erano esposte in un'opera persiana di al-Ḥasan ibn al-Ṣabbāh, oggi perduta, ma della quale rimangono citazioni presso scrittori eresiologici musulmani.

Salvo il riconoscimento dell'imāmato in Nizār (v. sopra) e alcune lievi differenze nei particolari, esse sono simili a quelle degli Ismā‛īliyyah, dei quali accentuano il principio fondamentale della sottomissione assoluta all'autorità rivelata senza lasciare alcun posto all'uso del raziocinio: questa dottrina ci spiega la devozione fanatica degli Assassini ai loro capi e il carattere di cupo fanatismo della loro condotta.


Fonte Enciclopedia Treccani

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NIZARITI


I Nizariti sono attualmente la principale setta degli ismailiti, una corrente dell'islam sciita, seguaci dell'Aga Khan, conosciuti in passato anche come Setta degli Assassini oppure semplicemente Assassini (che, per lo più, si vorrebbe derivi dal sostantivo plurale arabo al-Hashīshiyyūn, "coloro che sono dediti all'hashish"), che furono particolarmente attivi tra l'VIII e il XIV secolo in Vicino Oriente come seguaci di Hasan.

La parola italiana "assassino" deriverebbe dalla pratica in uso di questa setta di ricorrere per l'affermazione della loro politica a omicidi politici mirati (specialmente contro i sunniti selgiuchidi e ayyubidi).


L'apice della loro attività si ebbe in Persia e in Siria a partire dall'XI secolo, in seguito ad un'importante scissione della corrente ismailita e proseguita in modo più organizzato qualche decennio più tardi nel 1094 grazie a Ḥasan-i Ṣabbāḥ, detto "il Vecchio della Montagna" (in realtà capo della Montagna, dalla confusione del significato dell'arabo shaykh, che vuol dire sia "vecchio" sia "capo"), la cui roccaforte fu Alamūt, nel nord della Persia, fra Teheran e il mar Caspio.

Alla fine del Medioevo questa setta scomparve, praticamente sommersa dal ramo principale dell'Ismailismo.


Tra le caratteristiche più note del movimento scismatico si ricorda la completa e assoluta sottomissione dei seguaci al loro eresiarca e capo carismatico.

Il loro principio fondamentale della sottomissione all'autorità rivelata spiega la devozione fanatica che essi nutrivano verso i loro maestri, ritenuti figure a metà strada tra il semi-divino e semi-umano.


Nella tradizione, il termine "assassino", che designa anche la setta, deriverebbe da hashish. In effetti, in arabo "mangiatori di hashish" si dice ḥashshāshīn o ḥashāshīn (حَشَّاشِين o حشاشين).

Questa ipotesi etimologica è tuttavia contestata da alcuni arabisti e da alcuni scrittori, come Amin Maalouf che nel suo romanzo Il manoscritto di Samarcanda ne dà un'etimologia diversa e certamente meno evocatrice, facendolo derivare da asās, che significa "basi, fondamenti".


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MICHELE P.